giovedì 19 novembre 2009

La Storia della Palestina, ebrei, arabi e la Prima Grande Guerra. Terza parte.

La storia di cosa successe in seguito all'arrivo delle prime ondate migratorie ebraiche in Palestina, è una storia ricca di contraddizioni, di difficile interpretazione e molto spesso non sufficientemente piena di dettagli come io vorrei.
A volte è difficile capire dove stia la ragione, chi fosse il primo a scagliare la pietra, ma la mia è una pura ricostruzione personale e non vuole essere un referto storico attendibile. Questo è quello che io credo sia successo.
Negli ultimi vent'anni dell'Ottocento un numero abbastanza importante di ebrei sbarca sulle coste della Palestina; questa era una terra semi desertica, abitata da beduini, cammelli (dromedari ....) e una popolazione antica le cui radici neppure loro se le ricordavano più. Vi erano sporadiche città, fra le più antiche di tutto il mondo, e molti villaggi di piccole dimensioni. Le persone vivevano una vita lenta fatta di pastorizia e piccoli coltivazioni.
Quando le prime ondate migratorie arrivarono credo che nessuno abbia fatto molto rumore a riguardo. Quando i flussi migratori aumentarono in unità, la popolazione autoctona cominciò a farsi molte domande; le persone che arrivarono portavano con loro soldi con i quali molte volte compravano appezzamenti di terreno e cominciavano insediamenti di natura diversa da quella fin ad allora in quella terra.
Molto probabilmente ci furono coloro che la terra se la presero senza pagare perchè mossi dal pensiero che la terra non fosse di nessuno perchè non sfruttata o non coltivata.
Molto probabilmente ci furono anche coloro che la terra la pretesero.
Intorno al 1900 la popolazione araba contava 600.000 unità, quella ebrea 50.000. Cominciavano i primi scontri fra arabi ed ebrei, di natura certo aggressiva ma sicuramente inoffensivi rispetto a quello che sarebbe successo in seguito.
Nel 1905 fallisce la prima tentata rivoluzione russa e molti ebrei russi filo-socialisti arrivano in Palestina; quando scoppia la Prima Guerra Mondiale, l'Inghilterra promette l'indipendenza a molti Stati Arabi se le loro popolazioni avessero preso le armi contro l'Impero Ottomano, armi di provenienza inglese.
Gli Stati Europei si spartiscono il Medio Oriente in zone di influenza, la guerra ancora non è finita, ma la Palestina ricadrà sotto il mandato inglese; il governo di Londra annuncia il suo totale favore nei confronti dell'insediamento ebraico in Palestina, favorendone la permanenza con l'invio di armi.
Quando la Grande Guerra finisce, nessuno degli Stati Arabi acquista l'indipendenza, ma solo un nuovo padrone; in Palestina la popolazione araba manifesta contro il protettorato inglese. Le ostilità facilitano i buoni rapporti fra gli inglesi e la popolazione ebraica.
L'ebraico moderno (che le persone lentamente imparavano) diventa lingua ufficiale dopo inglese ed arabo; una parte della popolazione organizza un'associazione di difesa, Haganah, che in seguito diventerà l'esercito israeliano.
Siamo nel 1921, cominciano i veri e propri moti di insurrezione da parte della popolazione araba che vede gli ebrei favoriti nettamente da parte degli inglesi: una Commissione d'inchiesta, Haycraft, riconosce l'ansia araba nei confronti degli impegni pro-sionisti presi dalla diplomaziona britannica e pubblicherà la famosa Carta Bianca di Churchill con la quale il governo di Londra prende delle distanze dalla popolazione ebraica, non volendo favorire un insediamento che possa eccedere la capacità d'assorbimento economica del paese.
Sebbene formalmente l'Inghilterra abbia tutelato gli interessi degli arabi, la sua non richiesta presenza in Palestina viene favorita dalla Lega delle Nazioni che rende necessaria la presenza di "una nazione più evoluta" lì dove la popolazione autoctona non riesce ad autogovernarsi.
La migrazione ebraica continua; la popolazione raggiunge le 120.000 unità nel 1927.

La storia della Palestina, sionismo e Impero Ottomano. Seconda parte.



L'Ottocento europeo ci racconta degli errori del potere, delle manovre sbagliate e delle utopie nascoste. La restaurazione delle forme di potere assolutiste tentò di soffocare le ambizioni liberali delle popolazioni europee; esse furono inspirate dall'Illuminismo e dalla Rivoluzione Francese. Le classi sociali che operarono i grandi cambiamenti nelle correnti di pensiero dell'Ottocento furono altresì influenzate dai cambiamenti portati dalla Rivoluzione industriale; moti rivoluzionari e guerre di indipendenza si susseguirono nei primi anni del secolo.
A far da sfondo a questa visione quasi idillica della presa di coscienza dell'uomo nell'Ottocento, vi furono anche i giochi di potere manovrati dai Grandi delle Nazioni; sul finire del secolo si respirava un odore di guerra e di alleanze.
La condizione delle comunità ebraiche attraversava un momento difficile sul finire del secolo, gli episodi di antisemitismo aumentavano come ad indicare una pressione psicologia maggiore che si tramutava in atti barbarici. La popolazione ebraica nei secoli fu oggetto di abusi di potere e vittima di comportamenti fanatici e superstiziosi.
Si diffondeva quindi un certo risentimento verso le nazioni che fin ad allora li avevano ospitati senza farli mai sentire particolarmente a casa; la corrente di pensiero conosciuta come Sionismo affonda le sue radici nell'Ottocento.
L'ideale maggiore di tale movimento era quello di ricostituire una nazione ebraica dove il popolo d'Israele avrebbe potuto finalmente sentirsi a casa, padrone della propria vita e non più vittima dei soprusi.
Nei primi passi mossi dal movimento non fu neppure presa in considerazione la possibilità di tornare in Terra Santa, in quanto le profezie raccontavano che soltanto il Messia li avrebbe ricondotti là; ciononostante alla fine dell'Ottocento cominciarono le prime migrazioni dall'Europa in Palestina. Perchè?
La fragilità dell'Impero Ottomano parve all'Inghilterra una possibilità per insediarsi in Medio Oriente; conosciuti gli obiettivi del movimento Sionista, fu il governo inglese stesso a promuovere l'emigrazione ebraica verso la Palestina in maniera di assicurarsi colonie che avrebbero appoggiato il loro disegno espansionista.
La popolazione che cominciò ad instaurarsi in Palestina si trovò a convivere con la popolazione locale e qui cominciarono i guai.

La storia della Palestina, origini e Crociate. Parte prima.


I Filistei erano un popolo la cui origine appare ancora controversa. In accordo con la Bibbia, essi venivano da Creta; in accordo con l'Antico Egitto, semplicemente dal mare.
Quale fu la loro origine, poco importa, crederei, sicuramente sappiamo che essi abitarono la Terra Santa anticamente. Perennemente in combutta con gli Israeliti, quest'ultimi li designarono con il nome Filistim (da cui in italiano Filistei) che non significava altro, in ebraico antico, che "Coloro che rubano la Terra".
Certo gli Israeliti e i Filistim non furono gli unici abitanti di questa regione; molto presto ad infastidire il già debole equilibrio, l'esercito romano arrivò, portando con sè i suoi acquedotti, le sue strade e la sua pax.
In seguito all'invasione Romana e alla distruzione del secondo Tempio di Gerusalemme, il popolo ebraico si trovò a vivere in quella che per secoli è stata conosciuta come la loro Diaspora.
Orgogliosi della loro vittoria, i Romani cambiarono il nome di questa nazione da Provincia Judaea a Provincia Syria Palestina, abbreviato poi nel tempo in semplice Palestina, siamo nel II secolo d.C.
L'utilizzo di questo termine, il cui significato è Terra dei Filistei, pare fosse una maniera dispregiativa che i Romani adottarono per designare la tanto amata Terra del popolo ebraico. Da un punto di vista linguistico Palestina significa "La Terra dei Filistei" e quindi la Terra Rubata.
Sebbene una minoranza di ebrei rimase ad abitare la Palestina, il loro numero era estremamente esiguo rispetto a quello di coloro che l'abbandonarono dirigendosi chi a Nord, chi a Sud e chi ad Est.
Questa Terra fu teatro di varie migrazioni, tanto da essere difficile individuare un popolo certo e preciso che la abitò nei secoli a venire; gli Arabi conquistarono Gerusalemme nel 637, in seguito a tale evento la Palestina fu sconvolta dalle Crociate, XII-XIV secolo. Cristiani e Musulmani combatterono per il possesso della Capitale di Dio; il Santo Sepolcro e la Moschea della Roccia erano gli obiettivi ambiti.
Un'invasione Mongola e poi Turca arrivò in questa Terra nel XV secolo, nel 1516 la Palestina fu conquistata dai Turchi Ottomani e rimarrà sotto di essi per molti secoli.
La lingua parlata, nonostante varie invasioni, rimase per lo più l'arabo.

lunedì 16 novembre 2009

I ladri gentiluomini di Tel Aviv e la polizia.



Qualche settimana fa hanno tentato di rubare una delle nostre biciclette. Il fido vicino vedendo la malefatta ha chiamato la polizia che poco dopo, nella loro fulminea macchina del tempo, ha rintracciato il ladro e ci ha ridato la bicicletta. Ma chi era questo ladro? Beh, dice la polizia, qualcuno molto conosciuto nel nostro distretto. Un gentiluomo ... Per non rubare le borsette ad incaute vecchine o rompere il vetro di qualche bella macchina parcheggiata e rubare un autoradio, o irrompere in un appartamento nella notte, preferisce rubare biciclette. Tanto, senza una bicicletta non è proprio un dramma!
Io credo che la drammaticità di una vita sia evento molto personale.
Questa notte, il cugino cattivo del ladro gentiluomo ha pensato bene di entrate in casa nostra dove la sottoscritta, abituata alla campagna, alla libertà e ai buoni propositi, lascia sempre le finestre aperte, a volte addirittura le chiavi nella porta per richiamare tutti gli sbandati di Tel Aviv nel nostro quartiere.
Nonostante fosse il cugino cattivo era pur sempre parte di una famiglia di gentiluomini, tanto che ha preso i soldi e non il mio computer, non le carte di credito o il mio cellulare o addirittura, non sia mai, il mio lettore mp3 Mr.IPod.
Tutto sommato, ho pensato, non è proprio un dramma. Nonostante questo siamo stati visitati dalla polizia che è venuta a fare un sopralluogo ed accertarsi della malefatta. Non erano neppure le 8, io non avevo ancora la mia spremuta di pompelmo in mano ed ero in pigiama.
Usciti loro son arrivati quelli della scientifica. Sono rimasta basita, sempre in pigiama e con una tazza di tè. Almeno quello ....
La scientifica per €50 rubati? E tutto questo prima delle 8 del mattino.
Mentre salutavo l'uomo delle polverine magiche che ha cercato impronte digitali (e non le ha trovate! "Portava i guanti." Ha detto. "E' proprio un gentiluomo!" Ho pensato ..... ) ho pensato al fatto che la caserma dei Carabinieri del mio paesello non risponde alle chiamate da mezzanotte alle 8 del mattino o qualcosa del genere e a me sembra una scelta palusibile, al fatto che nessuno si sarebbe mai scomodato per €50 e che non sono neppure sicura che in Italia esista la scientifica (questo perchè non sono mai stata ferrata sull'argomento ....).
Forse in un paese dove la polizia è tanto efficiente, i ladri devono per forza essere dei gentiluomini, per via che se non entrano un po' nel cuore della gente il loro mestiere è a repentaglio come nessun altro.
Forse la prossima volta, accanto alla finestra aperta, lascio anche un bicchiere di vino e una carota, caso mai venisse a cavallo.

domenica 15 novembre 2009

Alla maniera degli israeliani.

Per chi avesse avuto a che fare con degli israeliani, vuoi per lavoro, vuoi per caso, vuoi per amicizia, avrà sicuramente notato la loro maniera estremamente diretta, rumorosa, poco attenta all'etichetta, di vivere.
L'impatto culturale all'inizio è immane, tanto che, come raccontavo questa mattina, quando sono arrivata per la prima volta in Israele ho avuto la chiara sensazione che le persone avessero qualcosa di personale contro di me.
Non era una mania di persecuzione, piuttosto un'accigliata opinione di come nella vita quotidiana, nei negozi, nei bar, per la strada, io venissi trattata. Ho anche pensato che fosse una barriera linguistica; poichè dovevo usare l'inglese per comunicare avevo paura di perdere delle sfumature della lingua e della cultura e quindi non capire appieno il comportamento altrui.
Un paio di amici una volta mi dissero che non appena avrei parlato la lingua ci sarei rimasta anche peggio.
L'etichetta .... Che cos'è l'etichetta?
Da quando sono qua ho dovuto chiedermi molte volte perchè noi europei, volenti o nolenti siamo attaccati a questioni di etichetta. Certo, ci son donne più indipendenti che pagano il conto agli uomini, che non vogliono farsi tenere la porta, che non accettano che le sia dato loro il passo in forma di cortesia. Ma queste sono cose che ormai ho dimenticato, che qua non esistono minimamente. Io parlo del chiedersi scusa se ci si urta, del salutarsi uscendo da un negozio, dal rispondere prego o grazie a seconda, della base dell'etichetta. Beh, molte volte qua è difficile anche questo.
All'inizio insomma, pensavo fosse una forma di maleducazione nei miei confronti personali, poi ho pensato che fosse una maleducazione culturale e poi ho avuto l'illuminazione.
La maniera diretta delle comunicazioni in Israele è dovuta a retaggi storici e sicuramentea retaggi culturali, al fatto cioè che molte volte qua la vita è salda come una piuma nel vento, che basta un autobus sbagliato per saltare in aria e farsi dimenticare.
In un clima del genere a volte l'etichetta è estremamente superflua. Certo, ci sono classi sociali dove l'etichetta è l'etichetta ma molto spesso anche lì dove ti aspetteresti formalità, tutto è estremamente informale.
Non ho mai visto nessuno in giacca e cravatta; si va ai matrimoni con infradito, a colloqui di lavoro vestiti in modo casual, tutto è sempre estremamente informale.
Quindi, messa da parte la mia innata voglia di dire scusa, grazie, prego, per favore ho notato la lealtà e leggerezza delle comunicazioni con gli israeliani.
Posso dire con incredibile sorpresa che da queste parti non esistono molte falsità, nel senso che se qualcuno volesse dirti qualcosa di estremamente poco piacevole, non esiterebbe molto a farlo.
Giri di parole, frasi sommesse, false gentilezze, niente di tutto questo esiste. E questo, cari miei, è quello che è l'etichetta. Non una questione di grazie e prego, ma una maniera sommessa di non dirsi le cose.
Certo, io se pesto il piede a qualcuno dico "Scusa" e non "Perchè ti sei messo nel mio tragitto?!" con fare ironico come farebbero qua, ma apprezzo molto quando qualcuno può dirmi e viceversa con estrema franchezza qualsiasi cosa gli passa per la mente.
L'etichetta e la formalità sono una bugia. Una bugia gentile, ma pur sempre una bugia.
Grazie!

Vita da Ulpan.

Ho ricominciato la scuola, il chè significa che la mattina mi alzo, preparo la borsa e mi incammino o mi imbicicletto in ritardo verso l'Ulpan, trascorro 4 ore nell'ultimo banco a sinistra e tornando a casa penso alla mia confusione mentale come un nuovo amico immaginario con cui dialogare.
Dopo il mio esame mi hanno rifilato una classe lenta e uggiosa come la nebbia; il secondo giorno abbiamo imparato 4 parole; tornando a casa non solo le avevo rimosse per principio ma mi stavo domandando dove mi avrebbe mai portato una classe dove si imparano 4 parole al giorno (che poi dimentico molto presto per principio.)
Quindi munita dell'autodeterminazione di un elefante mi sono riproposta per l'esame e schivando la prova scritta che avevo già fatto mi son seduta con molto charme vicino alla professoressa e le ho detto, nel mio ebraico impaurito, che la classe era troppo semplice per me, che avevo bisogno di qualcosa di migliore, che volevo studiare se fosse stato possibile 5 giorni a settimana. La mia autodeterminazione ha spiazzato la professoressa e mi ha invitato a seguire due lezioni di prova in due classi diverse e poi scegliere.
Ho scelto la classe al mattino, solo 4 giorni perchè poi in fondo ho voluto un po' strafare dicendo di voler studiare 5 giorni. E' una settimana che sono nella classe nuova che ha effettivamente superato le mie ambizioni e questo mi rende felice e mi motiva a studiare come una pazza, forse unica maniera per imparare questa lingua in tempi storici e non geologici. La classe è simpatica, ci sono persino un paio di italiani e molte ragazze gentili con accenti di tutto il mondo.
La vita da Ulpan è un po' questa. Un bell'edificio con un giardino fiorito, una prima pausa caffè che dura mezz'ora dove gli studenti si riversano nel giardino, nelle strade, al chiosco a prendere un caffè, dall'uomo delle centrifughe a farsi fare un centrifugato di cavolfiore, carota e ginger. Si parla in inglese, in francesce, in spagnolo (altri parlano anche altre lingue che non conosco ...) si inframezzano frasi in ebraico, ci scambiamo consigli da stranieri in Terra Santa. A volte cammino fino al mare, ne respiro l'alito e poi torno indietro. Fa ancora un bel caldo autunnale a Tel Aviv.
Ormai posso dire di essere quasi una veterana di Israele, di aver ormai passato il grande ostacolo dell'ambientazione, di aver passato le crisi dove mi mancavano le colline e gli amici di sempre, di saper come girare per la città, di aver dei documenti che mi permettono di rimanere e lavorare. Ho conosciuto delle ragazze impaurite e instabili in questo "Ulpan Volume 2", che mi ricordano me stessa qualche mese fa. Le aiuto dicendole quello che qualcuno avrebbe anche potuto dirmi ma non mi è stato detto ma sono sopravvissuta ugualmente, indenne. E così intereccio nuove amicizie, perchè l'Ulpan è anche questo, ma è soprattutto ebraico.
Questa lingua più la studio e più mi illumina; mi fa sentire vicino a qualcosa di antico, mi ingarbuglia i pensieri, crea nuovi spazi comunicativi nel mio cervello.
E' difficile poter dire che riesco a parlarla, ma comincio a raccapezzarmici un po' meglio, la mia grafia si è fatta bella ed elegante, riesco a leggere quasi senza le vocali (che per rendere poi la lingua un po' più misteriosa e ostica hanno ben pensato di toglierle dalla scrittura ..... ) e finalmente conosco la coniugazione del passato e del futuro.
Posso formare frasi compiute, posso parlare di qualcosa che non sia soltanto oggi, mangiare, andare, fare e dormire. Vado avanti insomma, con un nuovo amico immaginario.

martedì 10 novembre 2009

Tel Aviv, la città dei gatti.



Ho letto un libro ultimamente che parla di Israele; mi ha affascinato molto. Parla della cultura pop israeliana, parla dei giovani che adesso camminano accanto a me mentre la mattina vado a scuola. Ve lo consiglio vivamente, "Karma Kosher" è il suo nome. Se ovviamente siete interessati al Medio Oriente e in particolare ad Israele.
Certo in un libro non si può raccontare un paese intero, neppure in un blog, ma tentare è bello, soprattutto per chi scrive. Nel libro, se non sbaglio, non veniva mai fatto riferimento ad una caratteristica peculiare di Tel Aviv e son sincera quando dico che forse questo suo dettaglio è talmente unico nel suo genere che lascia le persone senza parole.
Non credo che esista animale più nobile e gentile di un gatto, certo la sua urina maleodora toccando toni accessi e offensivi, i suoi movimenti repentini a volte mi disorientano mentre vado in bicicletta, la sua ombra nella notte a volte può farmi sobbalzare all'improvviso, i suoi salti sopra la mia testa terrorizzano il mio cuore, ma continuo ad onorarli come esseri sacri.
Se Tel Aviv dovesse aver un padrone beh, sarebbero i gatti. Migliaia di gatti, ovunque. Nelle strade, sulle panchine, sotto e sopra le macchine, mentre cammini vicino al mare. Se ne stanno raggomitolati in qualche angolo, silenziosi, dignitosi, senza chiedere nè dare, completamente indifferenti a tutti noi.
Se alcune città italiane sono abitate da bande di cani beh, qua per le strade popolano quelle dei gatti. Sul far della sera o la mattina molto presto qualche nobile nonnina si aggira per le strade trascinando un borsone con le ruote pieno di cibo per gatti e sfama questo popolo solitario.
All'inizio mi son chiesta come fosse possibile una popolazione tanto numerosa e perchè. Poi, dopo aver vissuto un'estate bollendo nei miei pensieri, ho capito che l'unico motivo per il quale i padroni della città non sono i topi è sicuramente perchè lo sono i gatti. Appisolati, annoiati, proteggono le spalle a noi essere umani.
Vicino alla mia casa, oltre ai miei vampiri giganti e gentili che finalmente son tornati a farmi visita, vivono anche un numero imprecisato di gatti.
Una volta vivevo in una Torre con un Gatto Nero che rincorreva i suoi pensieri legati alla sua coda, rotta; quando me ne son andata, il Gatto Nero ha pensato bene di seguire un profumo intenso e si è diretto verso il lardo o il largo e magari ci ha anche lasciato lo zampino. La mia e la sua dipartita sono state molto dolorosa, soprattutto per la Torre che è crollata, per quel che se ne dica. Ma io ho trovato molti gatti neri che mi salutano arrossendo. Non so se il Gatto Nero ha poi trovato il lardo.

martedì 3 novembre 2009

Il nome di Dio.


Se partissimo dal concetto che Dio esiste, potremmo essere abbastanza certi che esso sia Uno e che il suo nome fu sussurrato agli uomini. Da questi parti se ne conserva il ricordo, una storia affascinante, senza ombra di dubbio.
Qualche mese fa, mentre mi ero fermata in compagnia dei miei libri a Gerusalemme, avevo deciso di dormire nel quartiere arabo per dimostrare al mondo, ma soprattutto a me stessa che tutto mi era possibile.
Un uomo dalla faccia grassa e sorridente mi fece alcune domande sulla mia religione, sulla mia preparazione su Dio.
Le mie risposte furono vaghe, per non offendere nessuna sensibilità, quella dell'uomo e quella di Dio, che molto spesso sono la stessa persona.
Lui mi aprì le mani e su un foglio cominciò a scrivere i numeri in arabo e mi chiese: "Che numeri leggi sul palmo della mano?" La risposta tardò ad arrivarmi sulle labbra finchè lui non disegnò i segni visibili delle mie mani: 18 e 81. Novantanove.
Tenendo i palmi aperti rivolti verso il cielo gli islamici ricordano che sono 99 i nomi di Dio e li ripetono come un mantra potente. I suoi nomi sono bellissimi; il Primo, l'Ultimo, la Pace, il Paziente.
Anche gli ebrei ricordano il nome di Dio, ma la sua storia è misteriosa e suprema; il tetragramma, il suo nome, יהוה, è impronunciabile. Ogni qualvolta nelle Sacre Scritture si giunge a questa parola, le persone dicono "Il Nome" oppure "Signore" al posto di pronunciarlo; questo fin dal 70 d.C., anno della distruzione del Tempio. Nella traduzione italiana che io conosco della Bibbia, si fa sempre e solo riferimento al "Signore" o a "Dio".
Nella versione originale della Bibbia invece esiste il suo nome.
Il verbo essere e il Suo nome hanno la stessa radice, questo rende intricanti molte cose. Innanzitutto la coniugazione del verbo essere è possibile al passato e al futuro, ma non al presente.
Quando Dio si presenta a Mosè, lui Gli chiede quale sia il Suo Nome per facilitarlo nel dire al suo popolo chi lo manda. Lui pronuncia quindi le parole che Mosè dovrà dire al popolo d'Israele. La traduzione è veramente difficile; Dio spiega che cos'è il suo nome, spiega יהוה.
Nella versione italiana troviamo "Io sono colui che sono".
Beh, non esiste nessun "sono" in ebraico, non esiste il verbo essere al presente.
E' difficile poter dire quale sia la giusta traduzione poichè il termine che viene usato è una forma astratta del verbo essere che indica un'azione che sembra potersi svolgere contemporaneamente nel passato e nel futuro.
A me piace interpretarla come un futuro che sancisce un futuro "Lui sarà colui che sarà". Come se Lui dovesse ancora arrivare e mentre ci chiediamo chi sarà, ci dimentichiamo che lo sarà comunque, come colui che un tempo fu.
Sicuramente esistono dei luoghi in questa Terra che racchiudono un'energia superiore; dei luoghi sacri per qualcosa di atavico che va sicuramente aldilà di noi.
La Terra Santa è un luogo sacro, non soltanto per gli ebrei o i cristiani o gli arabi; è proprio una Terra sacra a prescindere da quello in cui si crede.

domenica 1 novembre 2009

Ritorno in Terra Santa.


Questa volta son partita da Roma, salutandola insieme alla mia sorella. Ci siamo dedicate una giornata intera, passeggiando e mangiando gelato.
Nonostante sia arrivata con molto anticipo all'aeroporto ho fatto fatica a prendere l'aereo. Mi hanno trattenuto con domande di routine e non solo, sulla linea di confine. L'intelligence israeliana fa il suo lavoro, lo fa bene, ma proprio con me?
Certo, a volte le mie storie, i miei timbri sul passaporto, le ragioni che mi spingono ad andare e tornare suonano bislacchi come me. A volte neppure io credo alle mie storie e sicuramente non avevo nessuna voglia di raccontare tutto alla gentile signorina. Pessima idea la mia.
Mancavano dei pezzi, son sembrata una tipa sospetta, io volevo solo andare al bagno e mangiare qualcosa. Dopo più di mezz'ora, esausta anche lei del fatto che abitassi in Israele ma non avessi con me le chiavi della mia casa, che avessi studiato ebraico ma non volevo parlarlo, che il biglietto d'aereo era stampato sulla spiegazione di una statua classica mi ha chiesto il telefono per controllare le ultime chiamate e gli ultimi messaggi.
Poi hanno chiamato in Israele e son tornati scusandosi per avermi fatto attendere, mi hanno aiutato con le valigie ed evitato un paio di file per il controllo degli esplosivi nella valigia.
In realtà mi hanno chiesto se trasportavo qualcosa che mi era stato regalato perchè a volte le persone incaricano terzi per portare esplosivi in Israele. Io ho pensato alla marmellata (di mele cotogne) e al Rescue, gli unici regali che mi son portata dietro. Ma ho ben pensato che nessuna delle mie sorelle vorrebbe vedermi esplodere nell'alto dei cieli.
Uscire dalle colline e immergersi nel modo del terrorismo a volte è uno shock che impiega qualche giorno a farsi spazio in me. Ma poi l'aereo è partito e i miei guai erano appena cominciati. Come un segugio fedele, l'Autunno ha volato con me, sorvolando Grecia e Creta, confondendosi con il Mare d'Oriente e mi ha aspettato sulla costa di Tel Aviv.
Le tempeste ad alta quota sono brividi imprevisti, quando abbiamo cominciato la discesa il mio naso era attaccato al finestrino. Pensavo che da un momento all'altro un fulmine colpisse l'ala e fra scintille e fuoco saremmo piombati nel mare.
Siamo atterrati a terra, con molto ritardo, dopo aver attraversato tutto il paese perchè Tel Aviv era inavvicinabile dal mare. Siamo usciti dalle nuvole e ci siamo trovati in una costa strana, nuova, non la solita Tel Aviv con le sue luci e i suoi grattacieli. C'è stato un po' di panico generale, soprattutto nel mio cuore. A volte è pericoloso che un aereo israeliano sorvoli un confine sbagliato. Nessuno ci ha abbattuto e io son atterrata con la pioggia a Tel Aviv.
Mentre andavo a casa mi son mangiata un mango. Ha piovuto per due giorni di seguito, qualche città si è addirittura allagata. Non si vedeva tanta pioggia dai tempi di Noè.
Bentornata Nat! Domani il mio esame di ebraico alle ore 9 in punto.

mercoledì 28 ottobre 2009

Dalle colline



Son finiti i giorni fra i miei colli. L'autunno mi ha salutato accarezzandomi di gioia; gli amici, la famiglia, le foglie che cadono son la magia incredibile di questa terra in ottobre.
Il tempo è volato leggero e io mi accingo ad attraversare ancora il Mediterraneo per arrivare in Terra Santa.
Questo pellegrinare senza sosta a volte stanca i miei piedi, ma la mia anima si rallegra ogni qualvolta le valigie son pronte per partire.
Porto via con me tanto amore.

domenica 4 ottobre 2009

Linee di confine.


Recentemente ho avuto la possibilità di oltrepassare il Confine. Non che sia una cosa pericolosa di per sè, ma generalmente non consigliata, almeno da questa parte della frontiera.... Non esiste un unico motivo, ma il detto qua è "Puoi entrare nei Territori Palestinesi, ma non sai mai se ne uscirai.".
Io non ho paura delle linee di confine; è una vita intera che mi sembra di vivere ai bordi del mondo.
Siamo partiti da Tel Aviv e ci siamo diretti verso est, in quella che viene chiamata Cisgiordania. Anche solo il viaggio per me ha valso la pena di molte altre cose; uscire dalla città mi ricollega con il mio cuore, con il battito del mondo, con i miei pensieri e con molte cose che son difficili da raccontare.
Tel Aviv si sa, è una metropoli e come tale è circondata da zone industriali, da pali elettrici enormi, da una rete di strade aggrovigliate e nuovissime. Tutto è sempre illuminato, tutto è simile a qualsiasi città occidentale. E io, mi sento come un albero in un vaso.
Nella prima parte del cammino abbiamo visto questo, i sobborghi della città; non appena poi si esce dall'aerea cittadina è facile notare alberi giovani che crescono qua e là o distense di eucaliptus o vegetazioni selvagge e fiorite.
In Israele esiste da molti anni un'associazione che si preoccupa di piantare alberi per ripopolare le brulle e desertiche terre di vita. La trovo una bella idea anche se ovviamente crea degli squilibri ecologici.
Questa volta il paesaggio intorno era notevolmente e piacevolmente diverso dal resto delle volte; prendendo la strada dell'est ci siamo addentrati in una zona nuova per i miei occhi. Per quanto questa Nazione sia piccola, dopo quasi 7 mesi non smette ancora di stupirmi...
Eravamo in una zona di confine, in villaggi in territorio israeliano ma totalmente arabi; oltrepassati questi siamo arrivati ad uno dei passaggi per andare aldilà. Lasciare la civiltà ebraica per addentrarsi in quella araba, così repentinamente è un'esperienza tutta visiva. L'associazione che pianta alberi non pianta alberi nè nelle parti di confine nè ovviamente aldilà e qua si nota la natura originale, fatta di rocce bianche, colline brulle arse dal sole e cespugli pieni di spine. Molti olivi e muretti a secco per fermare l'acqua che cade dal cielo e un odore del sud della Toscana. Le strade si fanno più pericolanti, i pali elettrici diminuiscono drasticamente e le case diventano semplici, i paesi diventano villaggi.
E sopra ogni cosa, spuntano le guglie delle moschee, la mezzaluna ci saluta e ci augura un buon viaggio.
Aldilà del confine sembra poi di entrare in un luogo lontano nel tempo, in un luogo lento e non affollato, silenzioso e dignitosamente misero.
Ho sentito di essere nel Mediterraneo, in un paesaggio simile a quello che io considero le coste del bacino, senza troppe sfarzi architettonici, senza troppe piante esotiche e aliene, con il rumore dei grilli e il sole che brucia la strada.
Il motivo della visita era la nostra partecipazione ad un incontro fra ex combattenti dei due eserciti che, insieme ad altri volontari, sta creando un dialogo aperto fra i luoghi aldilà dei confini: Israele e Palestina.
Molti tappeti per terra in mezzo ad un uliveta, un telo enorme sulle nostre teste per proteggerci dal sole e molte parole sia in ebraico che in arabo.
Gli organizzatori hanno preparato per tutti noi una piccola rappresentazione teatrale per raccontare una storia successa tempo fa.
Gli eserciti difficilmente portano pace. E odiarsi difficilmente porta all'amore. Anche incontrarsi segretamente, come braccati, nascosti fra gli alberi, genera pensieri negativi. Ci rende nuovamente "contro". Vorrei imparare a non essere contro, vorrei vedere una strada nuova, vorrei non nascondermi, vorrei non sentirmi nell'ennesima linea di confine, vorrei che le genti alzassero la testa e camminassero con il sole in faccia, vorrei che nessuno si senta schiavo nella sua casa, vorrei che venisse un altro Messia capace di parlare al cuore degli uomini, capace di volare, capace di piangere sangue, capace di fermare il tempo.
Vorrei crocifiggermi per lui.

giovedì 24 settembre 2009

Le feste comandate.



Il fastidio dell'arrivo delle feste comandate è una costante fra coloro a cui pare di indossare delle scarpe bagnate quando fuori fa freddo non appena la fine di novembre si affaccia all'orizzonte. Conosco molte persone infastidite dalle feste, me per prima.
Fra spreco di luci e alberi di Natale che avvizziscono, arriva Dicembre e tutto il resto. L'angoscia del cosa facciamo dove andiamo, come ci vestiamo, cosa si mangia, cosa ci regaliamo è una tortura che puntualmente ci fa affrontare le bassezze dell'animo umano.
In Israele il Natale non esiste e nessuna delle altre feste comandate, sebbene Gesù sia nato da queste parti, qua non festeggiano il suo compleanno, non commemorano il bue e l'asinello, i Re Magi e quant'altro. Ma si sa, ogni religione ha le sue meraviglie.
Mi trovo al momento nel periodo delle feste più feste che mai. Solo che difficilmente si potrebbe chiamarle comandate visto che da queste parti non seguono il nostro calendario ma una loro maniera personale di intendere il tempo (ma anche lo spazio, son sincera). Quindi nonostante per comodità tutti parlano di settembre e ottobre, quando la luna ha compiuto una serie di circumnavigazioni stellari tutti sanno di trovarsi nel Capodanno, ricordo simbolico della Creazione.
L'unica cosa certa insomma è la Luna.
Così nel bel mezzo del 2009 mi son trovata catapultata nell'inizio del 5770.
Nella notte che commemora la fine e l'inizio dell'anno si inizia la cena inzuppando delle mele nel miele e augurandoci che l'anno che verrà sarà dolce. Poi si comincia mangiando un polpettone dall'aspetto conturbante fatta di carpa.
Molte volte mi ringrazio di essere vegetariana e di riuscire con eleganza a rifiutare certe pietanze.
La cosa sicuramente interessante di questo nuovo Capodanno è che non dobbiamo aspettare la mezzanotte, non esistono rumorosi botti che spaventano i cani, non ci sono abbracci forsennati fra sconosciuti nè tantomeno feste con giovani ubriachi.
Qua il nuovo giorno inizia quando tramonta il sole, come nelle migliori favole e sebbene mi abbia causato qualche confusione talvolta, so che quando inizio a cenare siamo già nel giorno dopo.
La prossima festa non comandata è ancora più intricante: Iom Kippur. Questi 10 giorni che separano il Capodanno da Iom Kippur sono giorni di pentimento, in cui dobbiamo pensare alle malefatte verificatesi, ai torti fatti agli altri e dovremmo chiedere perdono per ognuna della nostre azioni cattive. Verso persone ma ovviamente verso Dio. Il giorno di Iom Kippur è il giorno dell'espiazione in cui noi tutti, me compresa, dovremmo fragellarci nelle proprie colpe. Dal tramonto al tramonto tutto è proibito, probito lavorare (non so accidenti come farò ...) proibito mangiare, proibito prendere la macchina, proibita qualsiasi cosa insomma. Si deve stare in semplicità, Tel Aviv sarà piena di bimbi che giocano per le strade senza traffico, se qualcuno prende la macchina pare che i più ortodossi lo prendano a sassate come se fosse una Maria Maddalena qualsiasi, si passa il tempo discorrendo del più e del meno con gli amici, non si può neppure bere acqua. Ci crogioliamo tutti insieme nelle nostre pene.
Poi, non appena il sole tramonta non so cosa succederà, se ci saranno assalti alle paninoteche in questa Tel Aviv conosciuta come "La città del Peccato".
Se penso che qualche giorno fa è finito il MESE di digiuno islamico, il Ramadan, mi viene da pensare alla dignità famelica di vecchi e bambini nelle strade affollate e afose di Gerusalemme, senza poter mangiare durante il giorno per un mese, ma nonostante questo lavorare e continuare una vita normale. (Durante il Ramadan non è consigliato andare a mangiare Humus a Gerusalemme, nonostante sia sempre squisito, il cameriere lo guarda come se ti avesse dato un suo polmone nel piatto e mentre mangi ti senti addosso gli occhi di tutto il locale.)
Prima dell'inizio di Iom Kippur c'è una cena familiare, con inizio alle 3 del pomeriggio e fine obbligatoria prima delle 4.30. Più che una cena io la chiamerei una merenda anticipata. Pare che ti rimpinzino come un peperone al forno, per permetterti di sopravvivere indenne alle 25 ore di digiuno.
Ad inizio ottobre l'ultima festa, Sukkot, della durata di 7 giorni. E' conosciuta come la feste del Pellegrinaggio e commemora la traversata del deserto da parte del popolo ebraico; ci si dovrebbe costruire una casa sostitutiva davanti alla propria, fatta di legno, e invitare i forestieri a dormirci dentro, trattandoli come se fossero dei Re.
Mi piace questa festa, mi piacciono le case di legno che comincio a vedere costruite qua e là, anche nella città del Peccato, perchè anche qua è facile "osservare con quanta previdenza la Natura, Madre del genere Umano, ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia."
E chi siano in fondo i veri folli a Tel Aviv beh, questo è difficile dirlo, se chi prega o chi non prega, ma in questa città di contraddizioni a volte i folli sono quelli come me, che non sanno quale delle strade prendere e ancora si chiedono se Dio veramente volesse che prendessimo una strada.
Buone carpe a tutti.

domenica 13 settembre 2009

Divisioni e pace.



Oggi sulla via per Gerusalemme, ho intrapreso un acceso dibattito con una giornalista tedesca sulla sicurezza, sulla guerra, sulle vittime, sui check points e sulla povertà dei Palestinesi. Quello che sei mesi in Medio Oriente mi hanno insegnato sono una serie incredibile di cose. Nessuna di queste mi ha fatto mai cambiare idea, ma semplicemente ognuna delle cose apprese ha aperto la mia mente.
E' facile giudicare seduti sulle nostre comode poltrone europee, con schienali imbottiti di 60 anni di finta pace e due millenni di massacri; è facile giudicare quando la nostra conoscenza si limita a quello che i media vogliono farci vedere e farci credere.
O almeno lo è stato per me.
Da quando sono qua ho visto mitra, barriere, mura invalicabili, metal detector, fili spinati, follie, razzismi, servizi segreti, carri armati e gli occhi buoni dei bambini. E la gente. Gente comune che vuole vivere una vita dignitosa, sia da una parte che dall'altra.
E ho capito questa grande cosa; che essere contro a qualcosa non aiuta alla formazione della pace, ma alimenta lo stesso odio che crea la guerra.
Le ideologie spesso, come le religioni, creano solo divisioni. E per trovare una pace dobbiamo trovare un'unità.
A volte penso che il nodo della questione del mondo sia chiuso fra questi confini, entro i quali si gioca una partita globale.
A volte penso che il nodo di questa partita sia chiuso a Gerusalemme.
A volte penso che Gerusalemme sia una ferita al cuore che non smette mai di sanguinare.
Ogni tanto devo andare a Gerusalemme, devo vedere se la Collina Sacra esiste ancora, devo vedere il Muro, devo vedere il Santo Sepolcro, devo camminare disordinatamente nel mercato arabo senza paura, a testa alta perchè io sono come loro.
Devo mangiare qualcosa di buono e comprare il pane. Devo annusare le spezie e tornare a casa con del nuovo incenso.
E sulla via del ritorno devo sempre interrogarmi su quanto veramente stiamo facendo per la pace, quanto veramente stiamo dedicando al bene di questa terra, all'energia positiva che circola nell'aria.
Quando torno da Gerusalemme sono stanca, di una stanchezza antica. E molto spesso triste di non poter essere una pietra delle sue strade.

La Sacra Pioggia.


Improvvisamente, nel pieno della notte, senza preavviso nè avvertimento alcuno, ha cominciato a piovere. Come richiamati da un'eco ativica, ci siamo alzati e senza proferire parola ci siamo affacciati alla finestra.
Non ci sono così tante cose sacre come una pioggia dopo mesi di siccità. Mesi.
Le foglie degli alberi suonavano una melodia ritmica mentre si scuotevano di dosso mesi di polvere di deserto, mesi di venti di sabbia. Mesi.
I fiori e gli insetti si rotolavano nella polvere umida del suolo e per qualche attimo avrei voluto raggiungerli e rotolarmi con loro nel giardino dietro casa.
Ma siamo rimasti semplicemente senza parole per qualche minuto, increduli, specialmente io, indecisa se fossi in uno dei miei soliti sogni o pellegrinaggi sonnambuleschi.
Molto spesso sogno la pioggia, sogno il suo suono mentre dormo e mi interrompe i sogni con quel ticchettio tanto piacevole .....
Ma stanotte era reale.
Ho pensato a tutte le persone di Tel Aviv che dormono con le finestre sbarrate per via dell'aria condizionata, a tutti coloro che non si sono resi conti del miracolo. Perchè è veramente sembrato un miracolo.
Sono rimasta immobile nel letto, senza aver la possibilità di dormire, ascoltando semplicemente questa musica antica.
Dovremmo decicare maggior tempo alle cose sacre di questo mondo.

venerdì 11 settembre 2009

La capra e il divano: storie di vite e martelli.




Un giorno un uomo, padre di cinque figli andò dal Rabbino.
"Rabbi, lei mi deve aiutare."
"Cosa posso fare per te, caro Abraham?"
"Rabbi, tu sai che la mia famiglia è povera; siamo in sette, compresi me e mia moglie Rachel. Viviamo in una piccola stanza perchè non possiamo permetterci niente di meglio e a volte ci manca lo spazio per muoverci."
"Capisco. Ecco cosa devi fare; quando esci dalla Sinagoga vai dal Signor Levi qua all'angolo e digli che vuoi una capra. Non ti preoccupare dei soldi, pagherò io. Torna da me fra una settimana."
Così il buon Abraham uscì dalla Sinagoga e andò a comprare una capra come gli aveva ordinato il Rabbino.

Dopo una settimana tornò in Sinagoga.
"Rabbi, lei mi deve aiutare."
"Cosa posso fare per te, caro Abraham?"
"La settimana scorsa ho preso la capra come mi aveva detto lei e ho aspettato una settimana prima di tornare a parlare con lei. E' stata una settimana disastrosa. Lei lo sa che sono povero e viviamo in sette in una piccola stanza. Questa settimana con la capra mancava l'aria da respirare."
"Capisco. Ecco cosa devi fare; riporta la capra dal Signor Levi."

Tre settimane fa abbiamo trovato un bellissimo divano bianco. Abbiamo preso i cuscini, comodi e grandi, li abbiamo lavati e li abbiamo adagiati sul pavimento al posto del vecchio divano.
Abbiamo spostato il vecchio divano (di pelle nera, forse umana) che un amico ci aveva prestato e lo abbiamo messo nel corridoio.
Abbiamo parlato con l'amico per sapere se voleva il divano indietro. Ci ha detto di aspettare qualche giorno che avrebbe parlato con la moglie.
Nel frattempo abbiamo trovato per strada lo scheletro di un futon (che non è lo scheletro di animale esotico, ma solo la parte in legno dei letti giapponesi). Con un po' di maestria ci abbiamo ricavato, insieme ai cuscini della settimana precedente, un accogliente salotto fai da te, con postazioni comode per la meditazione e le chiacchiere notturne. Mi ricorda molto la mia grotta nella Torre.
Il divano in pelle nera intanto era ancora soggiornato nel corridoio.
Il nostro corridoio è un corridoio. Stretto, poco spazioso, pieno di scarpe e libri. Con l'installazione perpendicolare del divano tutto è diventato più difficile e frustrante. Uscire di casa, entrare in casa, accendere la luce, cercare un libro, togliersi le scarpe, cercare le chiavi.
L'amico intanto temporeggiava e 10 giorni son volati via.
Lentamente ho cominciato a diventare amica con il divano in postazione perpendicolare nel corridoio. Lo salutavo quando uscivo di casa, gli raccontavo come era andata la giornata rientrando e cose così.
E' stato uno dei primi a sapere che ho preso il Signore Permesso di Lavoro e Visto per un anno nello stato più complicato della Terra.
Nonostante i grandi passi avanti nella relazione con il divano ho voluto ribadire all'amico che mi faceva molto piacere disfarmene.
L'amico aveva deciso di riprenderselo. Ci ha messo una settimana per cambiare idea.
"Potete darlo a chi volete o metterlo in strada."
Io trovo che quel divano sia veramente bello e sensuale, con quella pelle invecchiata e quella linea che ti faceva venir voglia di bere un whiskey e fumarti un sigaro.
Forse non particolarmente il tipo di divano che vorrei nel mio salotto, ma sicuramente un bel divano.
Metterlo per strada e darlo al primo sconosciuto che lo vedesse mi sembrava una cosa mal fatta, quindi ho chiamato qualche amico e ho introdotto loro il mio divano, parlando delle sue
qualità nascoste, del fatto che è un buon terapeuta, che ti ascolta nei momenti del bisogno e cose del genere.
Finalmente una coppia di amici aveva deciso di prenderselo. Ci hanno messo una settimana per cambiare idea.
Quindi, trascorse tre settimane di agonia, ieri ci siamo disfatti del divano adagiandolo dolcemente per strada.
Rientrando in casa tutto è sembrato così incredibilmente grande e spazioso, fresco, pulito, accogliente, funzionante e chi più ne ha più ne metta.
Questo per dire che:
- Se non siete contenti della vostra casa prendete una capra per una settimana o un divano perpendicolare per 3.

martedì 1 settembre 2009

La vendetta di Abele



"......è la vendetta di Abele. Secondo la Bibbia, Caino, l'agricoltore, uccise suo fratello Abele, il pastore, con un colpo di pietra al capo e il suo gesto fu all'origine delle ostilità tra coltivatori e nomadi. Da allora l'ordine del mondo si basò sulla potenza dei primi: l'aratro era superiore al bastone del pastore. Ma è arrivata l'era del neo-nomadismo.
Il nomadismo storico è una maledizione dei popoli allevatori, che spingono il loro bestiame fuori dalla notte dei tempi e vagano nei territori desolati del mondo, alla ricerca di pascoli dove accamparsi. Questi veri nomadi sono erranti che accarezzerebbero il sogno dell'insediamento. Non dobbiamo confondere le loro lente transumanze, inquiete e tragiche, con le tarantelle che i neo-agiati del XXI secolo ballano al ritmo di tendenze urbane.
Tuttavia esiste un'altra categoria di nomadi, che non conoscono nè la tarantella, nè la transumanza. Non guidano greggi, non appartengono ad alcun gruppo. Si accontentano di viaggiare silenziosamente, per se stessi, talvolta all'interno di se stessi. E' possibile incrociarli in giro per il mondo: camminano soli, lentamente, con l'unico scopo di avanzare.
Passo dopo passo tessono per se stessi un destino, il susseguirsi dei chilometri è sufficiente a conferire un senso al loro viaggio. Non presentano segni di riconoscimento, non hanno riti nè possono essere assimilati a una confraternita; appartengono unicamente alla strada che percorrono."

Già.


venerdì 28 agosto 2009

Navi che partono, navi che arrivano nel porto di Yaffa.


Durante questo cammino è incredibile quante persone da ogni angolo nascosto della Terra sono riuscite ad infilarsi nella mia tela, quante storie sono riuscita ad ascoltare con gli occhi spalancati per la meraviglia.
E' stata un'estate caotica e afosa, ma incredibilmente ricca di parole.
Molte persone stanno prendendo la strada del ritorno verso l'Europa e a volte vengo colta da un sentimento nostalgico.
Anche i turisti e non solo stanno tornando verso la loro patria.
Sulla spiagge di Tel Aviv approdono ogni estate squadroni di ebrei provenienti da tutto il mondo o di turisti incauti che scelgono questa città come scenario delle loro storie personali o di ex abitanti trasferitisi all'estero che non possono rinunciare alla loro fetta di "estate a Tel Aviv" o di giovani ragazzi spediti dalle loro famiglie per studiare l'ebraico e di visionari che hanno idee strampalate per la testa.
E' bella l'estate a Tel Aviv? Io credo che sia un'esperienza unica, difficile da descrivere in poche parole. Esibizioni aperte, sport in spiaggia, musiche sui tetti, eventi nazionali nellA piazzA (unica piazza .....) o nel Parco HaYarkon, un caldo massacrante, mercati notturni, tappetti stesi nei boulevard e bambini che dipingono, un miscuglio incredibile di lingue e di gente.
Quest'estate poi è stata in maggior modo speciale in quanto si festeggiava (da aprile fino a settembre ...) il prima centenario della città.
Eventi diurni e notturni, foto ricordo della città che fu, rappresentazioni e un po' di storia dispersa per la città.
Ma poi lentamente la città si sta spopolando.
Giovedì io ho festeggiato l'ultimo giorno di scuola; abbiamo cantato e bevuto vino di mattina, io ho assoldato un paio di musici per sollazzarci con le loro note.
Ci siamo salutati con calore; qualcuno parte per tornare, qualcuno torna per ripartire, qualcuno rimane nell'autunno di TA.
L'aria ha cambiato percentuale di umidità, a volte si viene sorpresi da una brezza sconosciuta, le mattine sono fresche e piacevoli. L'autunno sta arrivando dal deserto.
Credo di non aver mai aspettato con tanta trepidazione l'arrivo dell'autunno, in questo Medio Oriente mi fa un po' l'effetto primavera dalle nostre parti .... Sto scegliendo i semi da piantare poichè in questi mesi era impossibile mettere in terra qualsiasi cosa.
Le strade si fanno meno rumorose ed è piacevole andare in spiaggia senza essere calpestati da nessuno.

domenica 23 agosto 2009

Storia d'oltremare in un giorno di buon vento.



C'ero una volta a Tel Aviv.
Le mie giornate scorrevano nell'afa umida dell'aria mentre intramezzavo monologhi silenziosi con la mia bicicletta. Nel bel mezzo del parco della città mi capitava di sovente di sfrecciare come una matta pedalando senza sosta e ascoltando musiche che mi trasportavano nelle grotte della mia vita.
Non sempre mi riusciva facile darmi ragione o trovare un nesso logico nelle mie azioni e il più delle volte continuavo a vivere la vita aspettando che un vento di ispirazione riuscisse a far cambiare gli assetti del gioco.
Quale gioco giocavo poi io non ne avevo la minima idea ma sentivo la tensione crescere man mano che la partita si faceva più intrigante.
Una nuova vita è un palcoscenico di improvvisazione dove spesso rimanevo sola a recitare la parte di qualcun'altro e forse era quello il gioco che poi in fondo non avevo molta voglia di giocare.
E lentamente l'acqua del mare mi raccontava che il passato è solo sale disciolto nell'oceano.
E il passato mi guardava con occhi felici mentre io sul palcoscenico, nuda, stanca, affaticata e soprattutto accaldata dimenticavo le mie battute.
Poi sono scesa dal palco e son diventata spettatrice e regista. Ho anche venduto i biglietti al botteghino.
Poi ho lasciato il teatro e ho fatto un giro a piedi per la città.
E' difficile paragonare il presente con il passato, ma le lezioni scritte nella sabbia mi raccontavano appunto questo, che al massimo dovevo vivere il presente cogliendo da esso i giusti cristalli come in una vendemmia d'autunno.
Molta sapienza mi trafiggeva come spade nel vento ma fu soltanto una giornata qualunque che il mondo è cambiato.
Io ero seduta su un divano e mio nipote è nato, come se fosse una stella cadente. E io sono rimasta a ridere per giorni pensando a come sia incredibile la vita.
E ho trovato un lavoro. Credo.
Forse perchè ridevo troppo e il mondo intorno non poteva che voler sentire la mia storia. La storia di un amore.
Di molti amori.
Ho trovato un lavoro, credo, perchè è nato mio nipote.
Un laboratorio, studiamo piante, studiamo come riforestare il mondo.
Io studio la vita e la vita credo studierà me in quel laboratorio. Io spero tanto di piacerle.
E spero tanto di piacere a mio nipote.
So che ha il viso saggio e lo penso spesso mentre rido per Tel Aviv.

domenica 9 agosto 2009

Le cose difficili da dire.



Spesso si parla di incarnazione, come se venire in questo mondo fosse un atto eroico di cui vantarsi ed andarne fieri.
Troppo poco si parla invece dell'escarnazione, di quelle azioni eroiche che vengono compiute durante la vita per uscire dal personaggio che ci incatenava, dalla persona che eravamo. Escarnarsi significa liberarsi di qualcosa e non sempre per essere qualcosa di migliore o di più bello, a volte i cambiamenti della vita ci portano ad attraversare tempeste, deserti sabbiosi, montagne impervie o a fare qualcosa che non ci saremmo augurati.
Molto spesso cambiare, escarnarsi appunto, è dolore e gioia, è quel misto indescrivibile che solo vivendola la vita si può capire.
Ho la fortuna di avere trovato nella mia vita persone che affrontano le giornate a spalle larghe e petto aperto, che prendono la vita a morsi e a volte anche a testate e da ognuno di loro ho imparato qualcosa e spesso anche io ho insegnato, perchè chi è studente è anche maestro, perchè per essere maestro devi essere studente.
Il mio viaggio è una metamorfosi continua che molto spesso fa tremare la mia anima, mi fa nascondere dentro il mio corpo per poi urlare per uscire.
A volte si è soli senza ancore, felici di esserlo così come ci sono momenti in cui la deriva è solo abbandono.
Da lontano ascolto le vite di coloro che sulle colline e non solo lì mutano e lottano, ascolto le loro sofferenze e i loro cambiamenti e mi dispiaccio di non poter offrire tazze di the e ascoltare le loro storie. Ma un viaggio esiste solo se esiste un luogo di partenza e questo luogo diventa lentamente un posto mistico abitato da anime eteree che incontro nei miei sogni. Forse non posso offrire tazze di thè ma sono presente in una mia maniera personale in ognuna delle vite di coloro che hanno voglia di farmi esistere ancora.
Io non credo che ci siano vite semplici o difficili, io credo semplicemente che le difficoltà di una vita siano semplicemente proporzionali alla forza delle persone.
Mi manca l'odore della pioggia d'estate, il rumore dei grilli, il colore dei campi bruciati dal sole. Mi manca l'estate fra le colline, mi manca il mio lago e i miei elfi. Ogni giorno, in ogni momento, ma la mia escarnazione è sacra come la vita.
Alleluja Nat.

giovedì 6 agosto 2009

Ricette dal Medio Oriente; Houmous, Tahina e Tabbouleh.


Le coste afose del Mediterraneo Orientale sono famose per la loro cucina speziata; i miei piatti preferiti, di cui condivido con voi volentieri le ricette, sono semplici, freschi e gustosi.


Houmous o حُمُّص بطحينة


Piatto di origine araba, che la mia mamma adora fare, è una delle pietanze principali di questa regione. Vari luoghi si contendono il privilegio di fare l'Houmous più buono di Israele ma quello che preferisco è secondo la ricetta di Gerusalemme o ירושלים come dicono da queste parti. Innanzittutto c'è bisogno di una grande quantità di ceci, quindi o aspettate il venerdì e li comprate nelle botteghe alimentari o mettete a bagno per 24 ore i ceci secchi e li sbollentate a fuoco basso finchè non sono pronti. Aggiungete il sale solo a fine cottura e non troppo che fa male e brucia i sapori!
Favorite la varieta' di ceci con dimensioni piu' piccole, questo è il mio consiglio .....
Una volta preparati i ceci non dovete far altro che pestarli; non usate il mixer elettrico altrimenti la poesia se ne va. Mettete i ceci in un recipiente molto grande e pestateli con un mortaio; un houmous buono e' pestato al momento che viene servito.
Ah!, conservate una piccola quantità di ceci non pestati.
Aggiungete della salsa Tahina precedentemente preparata (per la ricetta, vedete sotto!) e mescolate con un mestolo. La purea di ceci, secondo appunto la ricetta di ירושלים non deve essere troppo fluida ma leggermente grumosa.
Servite houmous nel piatto, aggiungendo in cima un po' di ceci non pestati e leggermente caldi, una spruzzata di cumino in polvere (che vi ho precedentemente spedito), un po' di paprika, prezzemolo tagliato fine fine, del buono olio d'oliva e soprattutto un po' di limone. Del buon limone.
Vi consiglierei i limoni del Lebano, ma essendo un po' lontano potreste sempre usare i deliziosi limoni di Sorrento.
Per quanto riguarda l'aglio, beh se ne mettere molto nella salsa Tahina non dovete aggiungerne nella purea, altrimenti aggiungetelo nella purea.


Tahina o طحينة

La salsa tahina è talmente semplice da preparare che qua dicono che l'ingrediente segreto è il sorriso, quindi preparate la salsa in un giorno felice è sorridete al recipiente. Ovviamente l'ingrediente principale lo trovate da queste parti oppure ne avete conservato un po' di quello che vi ho portato io ..... Altrimenti credo che si possa trovare nei negozi di cibo internazionale.
Versate il tahini, la pasta di sesamo, in un recipiente, talgiuzzate un po' di coriandolo fresco o prezzemolo, a vostro piacimento, un pizzico di sale eaglio tritato.
Aggiungete dell'acqua tiepida e mescolate finchè tutto sia amalgamato. Le dosi di acqua e tahini sono a vostra discrezione; tanta più acqua metterete tanto più fluida sarà la crema.
E la tahina è fatta!
Ah, sorridete!
E' buona come condimento per qualsiasi cosa o mangiata a cucchiaiate nei momenti malinconici. Aggiungete cumino o paprika e un goccio di olio.
Attenzione è altamente calorica!

Tabbouleh o تبولة

Cuocete, preferibilmente a vapore, un po' di boulgour di medie dimensioni, scolatelo e fatelo raffreddare. Tagliuzzate in maniera piuttosto grossolana prezzemolo (soprattutto il gambo!), un po' di menta fresca, pomodori e cipolle verdi.
Sfido io a trovare le cipolle verdi, ma cipolline fresche vanno più che bene. Mescolate con una quantità indecente di limone (certo del Libano, ma quelli di Sorrento vanno benissimo ...... ), un pizzico di sale e olio.
E con queste semplici tre ricette potrete pensarmi.


domenica 2 agosto 2009

Il mare, gli spari e gli aquiloni: dov'è la pace?






Per curiosità ho chiesto alla scuola di vela di Tel Aviv quanto costa freqentare il corso e prendersi la patente; loro mi hanno invitato ad andare una mattina in mare con loro. Ne ho approfittato ovviamente, venerdì quindi sono stata in barca.
Quando le vele si spiegano ci sono poche parole da dire. Il vento, il mare, i suoni, quasi ogni cosa mi ha avvolto per ore lasciandomi libera soltanto quando sono giunta al porto, abbandonandomi ad un senso di tristezza, di cemento sotto i piedi. Il capitano continuava a ripetere "Bisogna sentire il vento, sentirlo dentro.".
Io ho sempre creduto nel vento, nei suoi racconti e nei suoi consigli, ma su quella barca mi sono quasi commossa.
Ieri sera passeggiavo per Rotschild, un bel boulevard pieno di alberi con fiori rossi. Ho degli amici che vivono là vicino e mi stavo intrattenendo con il racconto formidabile della traversata del Pacifico in barca a vela fatta da uno di loro. Se non fosse che l'invidia è un peccato, beh mi sarebbe piaciuto essere invidiosa per tutta la vita di quest'esperienza. Visitare atolli in mezzo all'oceano, sentire il vento, guardare balene e delfini vivere la loro vita tranquilla.
Ma è difficile voler essere invidiosi dei miei nuovi amici, è facile altresì amarli con il cuore aperto e un sorriso sul viso.
Si sono conosciuti in Sud America, come me e Gad e lei ha lasciato con tristezza e felicità la sua casa nel nord Europa. Mi ha parlato del suo camino e del fuoco.
Avrei voluto parlarle anch'io del mio camino, ma poi ho pensato al mio Shiva disegnato e le parole sono diventate superflue.
Ci siamo intrattenuti con loro, io e lei a parlare di alberi e foreste e gli uomini a suonare la chitarra per noi.
Nel mentre del nostro pacifico stare insieme qualcuno a sparato in un locale sotto casa. Morti, molti feriti, molta polizia. Pare sia stata una rivendicazione. Non so di preciso verso cosa se verso tutta la comunità gay di Tel Aviv, enorme fra le altre cose o se verso qualcuno in particolare.
Intanto Liberman, il Ministro degli Esteri, è stato accusato di corruzione.
A Gaza i bambini hanno fatto volare gli aquiloni.
Gaza dorme ancora sotto le macerie.
E' difficile capire perchè non riusciamo ad amarci, perchè ci si uccide, perchè ci si accusa impunemente da queste parti, perchè ci si nasconde dietro un muro. Dietro diversi muri.
Muri sacri, muri blindati. Muri.
Ci vorranno molti anni prima che la situazione si risolva, se mai esista una soluzione. Io dal mio canto credo negli alberi (e anche nel vento) e nella natura. E questo è il mio cammino, anche da queste parti, perche' e' difficile non essere quello che siamo, ovunque veniamo catapultati.
La natura e la sua ecologia non conoscono confini, barriere, muri. E' difficile parlare ad un bosco di confini e passaporti.
Coloro che da queste parti lottano per la salvaguardia e la tutela dell'ambiente cooperano con i popoli vicini, Palestinesi e Giordani in primis. Perche' non avrebbe senso altrimenti.
E forse questa è la strada per la pace.
Shalom Salam Pace.

martedì 28 luglio 2009

Il terzo giorno.






Nel terzo giorno Dio, parlando fra sè e sè, pensò che fosse cosa buona che le acque sotto il cielo si raccogliessero in un solo luogo; immagino parlasse della Panthalassa, il mare primitivo che circondava la Pangea. Sempre nel terzo giorno, pensando che quanto fatto fosse cosa giusta, decise delle sorti dei semi, dei germogli, dei fiori, degli alberi e dei frutti.
Questo è il racconto che nella Genesi o Berechit come si dice da queste parti, esplica come e quando sono state create le cose del mondo.
E' difficile voler mettere in dubbio un racconto tanto affascinante e simpatico; diciamo che la scienza, per la sfortuna di coloro che devono studiare lunghissimi esami di Sistematica, ha trovato una maniera tutta sua di spiegare con complicanze perfette il cammino che dal Big Bang ci ha portato ad oggi, martedì.
Da queste parti si crede nel buon vecchio libro in maniera un po' diversa. Certo, le persone capiscono che l'evoluzione, la scienza, i tempi geologi e via dicendo non siano fesserie nonostante mettano in discussione quanto detto nella Genesi. Il racconto rappresenta una metafora della grandezza di Dio; gli ultraortodossi immagino non sappiano neppure chi sia Darwin ma il pensiero comune è quello scientifico.
Ciononostante, per non smentire il caro buon vecchio libro, non si parla mai di martedì, neppure di giovedì o domenica. Si parla di primo giorno, di secondo giorno, di terzo giorno e via dicendo. Per rivivere ogni volta la stessa Genesi.
Oggi è il terzo giorno, יום שלישי .
Il trascorrere del tempo è diverso in tutto, dai giorni ai mesi, dai mesi agli anni, dagli anni alle ere. Il calendario è calcolato sia su base lunare che solare, rendendo la vita piuttosto complicata. L'anno è composto variabilmente da 12 o 13 mesi, rendendo confuse le persone e gli animali.
Il giorno inizia con il tramonto, in accordo con quanto detto nella Genesi; al momento mi trovo nel 7 giorno del mese di Av, anno 5769, terzo giorno di questa settimana.
Tutto questo affannarsi dovrebbe finire non appena arriverà il Messia che però tarda ad arrivare.
Ovviamente per non rimanere completamente emarginati dal resto del mondo, anche da queste parti hanno abbracciato la forma comune di dire una data. Nel senso che altre ad essere il terzo giorno della settimana, numero 7 del mese di Av, anno 5769, siamo anche di martedì 28 luglio 2009 dell'Era Comune.



domenica 26 luglio 2009

L'amore ai tempi dell'afa.




Un attimo dopo che il sole sorge su Tel Aviv comincia la storia.
Il caldo umido di questa città viene spesso raccontato dai ricordi delle persone, dai libri di coloro che, pionieri di una nuova nazione, si addentrarono in un lungo viaggio fra l'Europa e il Medio Oriente.
Abbienti famiglie dell'Est Europa, abituate ai Teatri e ai Cafè delle grandi città europee si ritrovarono esiliate dalle loro patrie nella famosa Terra Promessa.
Pensare che il ritorno sia stato un momento di beatitudine è una falsità enorme. Chi per un motivo chi per un altro, molti si ritrovarono a dover partire, principalmente motivati dalle ondate di antisemitismo dei primi decenni dello scorso secolo. La lunga migrazione del popolo ebraico verso la Palestina non solo ha portato morti e guerre, conflitti fra le popolazioni Arabe che ivi vivevano e le nuove genti che arrivarono, ma creò un gran trauma per quelli che lasciavano la vecchia Europa per vivere in un luogo semidesertico, completamente assente di quella cultura, benessere e ricchezza che era l'Europa.
Oggigiorno è difficile poter immaginare che cosa fossero questi luoghi qualche decennio fa, ma sicuramente per una come me che viene dall'Europa è facile rivivere il trauma climatico.
Certo, i tempi moderni ci hanno regalato l'aria condizionata ma per un'ambientalista profonda come me è difficile usarla.
Accettare il clima e le sue temperature con una forte nota di filosofia e guardare con simpatia le creature che in questa terra abitano, è un mio dovere.
Questo mi aiuta a farmi abitare da coloro che vivevano qua decenni fa, insonni nelle notti afose, impossibilitati a fare molti movimenti e circondati da creature veloci e enormi che si arrampicano sui muri.
Quando il sole cala e la temperatura, fievolemente, raggiunge massimi sopportabili, arriva il secondo problema; gli scarafaggi. Annidati nelle tubature delle case, fra i ricchi come fra i poveri, queste creature terrorizzano la città, addentrandosi nei luoghi meno consigliabili.
Fra le creature viventi non direi mai che sono le mie preferite, ma è vero che il fascino per gli insetti mi lascia sempre timorosamente rispettosa e continua ad essere sempre troppo difficile uccidere un animale, per quanto lunghe siano le sue antenne e per quanto sporco sia il suo nido.
Quindi conviviamo pacificamente nella città, come con gli scorpioni giganti quando ho vissuto in Messico.
Il caldo umido però, oltre a notevoli disagi, dona a questa terra enormi frutti, immensi fiori sugli alberi e pipistrelli giganti e gentili che sorvolano la città.
Forse quando apro la finestra non trovo le mie colline, i suoi elfi e le sue fate, ma un luogo nuovo fatto di animali burloni che vivono nell'aria di Tel Aviv, un mare che comincia a parlarmi raccontandomi la mia stessa storia e a volte sento la presenza di un piccolo popolo che tardo a riconoscere.
E' bello amarsi nell'afa di Tel Aviv, farsi possedere dal sole, accompagnarlo con gli occhi quando si addormenta nel mare e tinge di rosa questa città.

lunedì 20 luglio 2009

Un'estate a Tel Aviv.


Vivere un luogo nelle sue diverse stagioni aiuta a capirne l'essenza eppure mi è difficile spiegare cosa sia mai Tel Aviv, nonostante questa sia la mia terza stagione in Medio Oriente. L'estate fra le sue strade mi disorienta e mi meraviglia.
Ogni suo angolo è abitato da gente che arriva, da richiami che ancora mi è difficile decifrare, da canti lontani; nell'aria si respira umidità, sale, stravaganze all'ennesima potenza e sicuramente molta confusione.
Spesso parlano di questa città come abitata dagli uomini e le donne più belle del mondo e sono sincera quando dico che è vero e come questa sua particolarità sia spesso disarmante.
Le spiagge affollate di sudore ballano al suono dei racchettoni, del beach volley, dei surfisti, si sentano lingue diverse e si vedono razze nuove; gli israeliani appunto.
E anche io sono qua.
Mi sono comprata una bicicletta di seconda mano per attraversare la cortina di afa con maggiore velocità. La sabbia si insinua in ogni mio pensiero e a volte soffoco dell'aria che respiro, ma vado avanti senza paura. Con molta paura.
Perchè per non aver paura bisogna aver paura. E a volte Tel Aviv mi terrorizza, con i suoi rumori di condizionatori, eppure.
Eppure questa città deve diventare in qualche maniera, che nè io nè lei sappiamo ancora, la mia nuova patria.
Continuo ad andare a scuola, a volte un po' svogliata come deve essere quanto si va a scuola. Intramezzo discorsi semiseri con le compagne di classe, raccolgo esperienze di vite diverse, mi confronto con realtà simili e opposte.
Sto cercando un lavoro, ma il mio status di turista non mi permette molte cose, aspetto la fine di agosto per avere un colloquio al ministero e chissà, magari un permesso di lavoro.
Raccolgo informazioni per il momento e quando posso mi guadagno la giornata facendo piccoli lavori. Ho scovato bancarelle che vendono verdure a buon prezzo e conduco una vita semplice ed estremamente poco dispendiosa.
A volte vorrei avere dei soldi e meno preoccupazioni, ma poi capisco quanto sia bello non avere soldi, non possedere cose e non avere quelle preoccupazioni che si hanno quando si devono proteggere queste cose.
Ho scoperto che il mio nome in ebraico, precisamente la frase "Nata li", significa "Pianta un albero per me".
Dio continua ad avere uno strano senso dell'umorismo, una maniera tutta sua di lasciare dei messaggi scritti sulla sabbia.

sabato 11 luglio 2009

Ulpan, ebraico e migrare: le donne.


Ogni mattina, per quattro mattine a settimana, rimango seduta (salvo gli intervalli) nel primo banco a destra vicino alla porta, al primo piano della scuola di ebraico, il cosiddetto Ulpan.
Ascolto la lezione, trascrivo le parole, ne imparo di nuove, ripeto all'inifinito le parole già studiate in modo tale che possano rimanere impresse nelle mia memoria.
A volte, quando mi sento stanca e guardo il mio quaderno, per una frazione di secondo non riesco a riconoscere i simboli che scrivo. Poi mi riconnetto alla scrittura da destra a sinistra, ad Israele, all'ebraico e lentamente quello che sembrava non aver senso se ne riappropria. E' bello studiare ebraico così come è faticoso, sono sincera.
La mia classe è composta da gente da ogni parte del mondo: Cile, Panama, USA, Germania, Romania, Francia, Filippine, Portogallo, Finlandia ..... In maggior numero ragazze.
Ognuno ha la sua storia ma la maggiorparte iniziano così: "ho conosciuto il mio attuale ragazzo israeliano in ....". E poi una sequela di luoghi improbabili: Australia, Bolivia, India, Brasile, Messico, Francia, Marte .....
Questo per dire che siamo accumunate da una situazione simile e ciò rende il mio stare a Tel Aviv leggermente più semplice.
Sapere che qualcuno vive le tue stesse dinamiche fatte di incomprensioni linguistiche e culturali, di sbalordimento ed eccitazione, di punti interrogativi sulla testa, mi fa sentire meno aliena.
Parliamo di come la vita ci abbia portato a Tel Aviv, raccontandoci le difficoltà, i documenti, gli uffici, gli appuntamenti con il Ministero degli Interni, parliamo dell'Europa e dei viaggi.
A volte penso a quanto siano incredibilmenti forti e leggere le donne, capaci di trasportare i loro bagagli fra gli aereoporti e seguire l'amore, oppure un odore, oppure una domanda. Ma farla con uno spirito che va al di là di quello che siamo veramente, va al di là della nostra storia, è semplicemente e soltanto il nostro essere donne.
C'è qualcosa nelle donne, una scintilla di pazzia che ci fa muovere, in momenti speciali che solo noi sappiamo cogliere e fare cose al momento insensate ed incredibili. Ma farle, sicuramente.
Da queste nuove donne che fanno parte di questo capitolo della mia vita, cerco di cogliere una mano tesa, un appiglio per non sentirmi troppo lontana dalle mie streghe.
Mi mancano le mie streghe.

domenica 5 luglio 2009

Scatole: sproloquio sulla vita raminga.


Essere vagabondi è un dono che si appisola sul tuo cuscino quando sei troppo piccolo per scostarlo da lì e ti si annida dentro, trasportandosi con una certa inclinazione per le cose diverse dal quotidiano.
La prima volta che ho visto il deserto avevo poco più di otto anni e decisi che sarei morta là o che al massimo avrei costretto qualcuno a portarci le mie ceneri. Io ancora me lo ricordo quel deserto, quella notte passata fra la sua polvere; ricordo le sue grida, i suoi colori, quell'odore di caldo secco dell'aria.
Io ricordo ogni viaggio della mia vita, ogni traversata dell'Europa fatta con mio fratello seduto accanto e i miei genitori a guidare, ricordo ogni fuga fatta in adolescenza con amici, ogni slancio di follia solitario. Io ricordo l'odore dei boschi dove ho dormito, dei treni che ho preso.
Molto spesso ricordo anche viaggi che ancora non ho fatto, ricordo le cose che devono venire o quelle che sono avvenute in un'altra vita. Ricordo le cose che ho letto nei libri, fatte poi mie, come se avessi attraversato anch'io i sette mari in compagnia di qualche pirata.
Io molto spesso vorrei che la mia vita fosse un viaggio, vorrei avere radici in molti luoghi il che significa poi in fondo non avere molte radici.
Vorrei poter assaporare molte culture e parlare molte lingue. Vorrei essere un passeggero in questa vita, non produrre niente o insomma non molto, consumare il meno possibile e muovermi silenziosa fra una vita e un'altra. Fare balzi in avanti e cadere, rialzarmi e virare la nave a sinistra. Sempre a sinistra.
Vorrei molte cose, intanto domani è il mio primo giorno a scuola di ebraico e molto presto mi addentrerò nella mistica ebraica per studiare quello che di magico nascondono le parole delle Torah.
Certo, la Kabalah.
Sono atterrata a Tel Aviv, ho disfatto le mie valigie dopo mesi che vivevo in delle scatole.
Un po' mi inquieta l'idea di avere un armadio tutto per me, ormai mi ero abituata a vivere con le scatole e le valigie. Mi sembrava di essere in un viaggio infinito, iniziato con un traghetto per la Sicilia quasi un anno fa.
Ma quella nave lenta che solcava il Tirreno mi ha poi portato ad attraversare il Mediterraneo un paio di volte ed adesso sono qua in questo caldo infernale, con il mare che mi sussurra la notte.
E come dice il libro che sto leggendo, quello che esiste in riva al mare in fondo non esiste, non è nè mare nè Terra.
E io sono qua, in questo viaggio senza fine, in un luogo che probabilmente esiste solo nella mia follia.

sabato 27 giugno 2009

Trasloco in Israele.




Ultimi giorni fra le belle colline; la pioggia saluta la mia partenza come per augurarmi un viaggio sereno e pieno di ignoto.
La Torre è vuota, il gatto inquieto balla insieme alle sua coda facendo un'eco con i suoi passi fra le scale polverose.
Questo trasloco mi ha insegnato che gli oggetti ci rendono schiavi e spesso ci facciamo appartenere da ciò che non è emozione ma semplice merce.
Liberarsi delle cose è stata una bella lezione, poichè ciò che non riusciamo a donare, è semplicemente perso e ciò che doniamo ritornerà sotto altre spoglie.
Parto e insieme a me partono in molti, tutti coloro che mi hanno abitato.
Siamo anime collettive, spinte da ragioni più grandi del nostro pensare e ogni esperienza profonda muta il nostro animo e lo fa avvicinare a ciò che di infinito risiede nel fluire della vita.
Poichè siamo veramente noi i veri paesi, valigie piene di esperienze che hanno solcato i mari e i passati. Sono le nostre anime errabonde a lasciare i confini e a scalare le montagne, non i nostri occhi stanchi, non il nostro corpo.
E decido di essere una vagabonda, di avere uno zaino e qualche libro, di appartenere al mio cuore, alla strada che percorro, al vento e a poco più.
Per le utopie, la verità, la pace, l'amore, il vuoto, la conoscenza, il vagabondaggio.
Buon viaggio Nat, sorella, compagna, guerriera.

martedì 28 aprile 2009

Della guerra e delle sue vittime.

Ancora due minuti di silenzio in tutta Israele. Una sirena nella citta' rimbomba fra le strade e in un attimo tutto si congela; le persone smettono di camminare, le auto si fermano, i passeggeri rimangono in piedi vicino ai loro autobus e si ricorda.
Io ho ricordato ogni morto. Perche' ognuno di noi e' ognuno degli altri e mi domando quante guerre ancora serviranno per farci fermare tutti e ricordare che non e' giusto vivere e morire sotto o sopra le bombe, che siamo nati per camminare con il sole sulla faccia, che nessuno di noi e' schiavo, che l'unico padrone, al massimo, e' solo Dio.
Amiamo noi stessi, vi prego.
Amen.

lunedì 20 aprile 2009

Riciclaggio.

Passando davanti alla Collina di Rifiuti Sotterrata di Tel Aviv ho intrapreso una sorridente conversazione sul riciclaggio. Quello che n'e' risultato e' piu' o meno questo pensiero ironico-ambientalista.
In un paese in cui ogni giorno sembra l'ultimo, in cui si crede che dal cielo e dalla terra qualcuno o qualcosa stia per arrivare per raderlo al suolo, e' difficile fare un programma che abbia valore per piu' di un paio di giorni.
Ed e' cosa nota che per creare un piano sui rifiuti serve almeno la fiducia che ci sia un futuro. E' generalmente questo il punto di partenza: poiche' esiste un futuro dobbiamo tentare di risolvere il problema del riversamento della nostra esistenza sui giorni che verranno.
In una citta' all'avanguardia come Tel Aviv i cassonetti per la carta sono sporadici ma effettivamente esistono. Il rifiuto organico invece non viene considerato come risorsa, a fatica se ne parla. All'interno di un kibbutz o di un moshav invece si raccoglie l'organico, ma quello che succede all'interno di questi luoghi appartiene ad una dimensione spaziale lontana dai grattacieli di Tel Aviv.
Esistono poi, sparse per la citta', delle curiose gabbie cubiche di ferro colorate di giallo dove all'interno, in bella vista, si possono mettere le bottiglie di plastica.
Queste gabbie simpatiche ricoprono l'aerea della citta' e lo spirito del riciclaggio e' un po' questo: simpatico, come se pensare al problema dei rifiuti sia divertente.
Certo, in una terra dove non sei mai ben sicuro se esisterai domani nella maniera che ti ricordavi ieri, pensare ai rifiuti puo' sembrare uno svago, un distogliere l'attenzione da problemi piu' grandi.
Quindi e' difficile parlare di riciclaggio, lo si fa con ironia, come molte cose da queste parti. Con una battuta di spirito e un tono un po' triste nella voce. Il settore non e' molto sviluppato, mancano le infrastrutture e gli investimenti.
E se domandi, con il sorriso sulle labbra: "Non avete paura di rimanere sotterrati dai rifiuti fra qualche anno? E' una terra cosi' piccola!" Al massimo ti rispondono: "Se non altro significa che fra qulache anno ci sara' ancora questa terra!". L'ironia .....
La difficolta' nel pensare ad un futuro rende questo paese molto focalizzato sul presente e sulla sopravvivenza; qua vivono con quello che hanno oggi e se lo devono far bastare perche' e' probabile che nessuno dei vicini possa aiutare. Possa o voglia.
Si fa largo uso di tecnologie rinnovabili, soprattutto pannelli solari e le politiche di risparmio idrico mi fanno vergognare delle mie stesse abitudini.
Innanzitutto praticamente ogni tetto ha un pannello solare termico per l'acqua calda. E' un invenzione israeliana e quindi il costo e' relativamente abbordabile e qua di sole ce n'e' fin troppo.
Ogni WC, in ogni luogo dove vai, dal bagno di casa tua a quello di un sconosciuto, nelle case dei ricchi come dei poveri, in tutti i luoghi pubblici, in ogni bar, ristorante, locale .... insomma ovunque, ha il dosatore di pressione.
Ho anche visitato un bagno pubblico verde; un grande buco nel terreno dove viene buttata sabbia di volta in volta, senza acqua.
Quindi, accanto ad un riciclaggio lento, c'e' un atteggiamento positivo verso altre strade e sicuramente un approccio diverso verso l'acqua.
Ma la peculiarita' di questa citta' che mi sgomenta e mi compiace maggiormente, e' il riciclaggio degli oggetti usati. Se per caso hai deciso di sbarazzarti di un vestito, un libro, una sedia, un quadro, un tavolino, una vecchia pianta e del tuo letto non li puoi buttare via, ma li doni a chi ne potrebbe aver bisogno appoggiandoli sul muretto di casa tua o sul marciapiede stesso sul far della sera.
A volte camminare in alcune sere sembra come se attraversassimo un piccolo mercato dell'usato fra un angolo un po' piu' scuro e la prossima casa. Ho trovato dei libri e un bel quadro, la mappa dei meridiani cinesi e una volta ho incontrato la libreria della mia vita. E' stato molto bello ma e' rimasta la'.
Le bottiglie di vetro vengono appoggiate vicino ai cassonetti per poter essere raccolte dalle persone povere; vuoti a rendere pagati una miseria.
E poi il pane .... Che bello. Buttare via il pane pare sia un peccato mortale e in fondo e' proprio vero. Lo si potrebbe dare alle galline se le avessimo, o alle formiche ..... Altrimenti lo si appoggia sulle siepi dietro i muretti delle case.
Forse dovrei insegnare a fare la panzanella.

giovedì 2 aprile 2009

Elezioni, ministeri e Cisgiordania.


Sono stata sileziosa dopo le elezioni israeliane perche' non e' facile parlare di politica. Le votazioni sono state libere e individuali e la campagna elettorale noiosa come tutte; il risultato mi ha lasciato perplessa. Molto perplessa.
Ha vinto Tzipi Livni del partito Kadima, 28 seggi, con un piccolo scarto dal secondo arrivato, coppa d'argento a Benjamin Netanyahu, Likud, 27 seggi.
Avigor Lieberman,leader di Israel Beitenu, ha ottenuti 15 seggi e gli ultimi 13 seggi sono andati a Ehud Barak del partito laburista.
Kadima non e' riuscia ad avere la fiducia parlmentare perche' preferisce rimanere sola senza fare coalizioni; io l'ho trovata un'idea carina nei confronti dell'elettorato.
Likud e Israel Beitenu [(27+15) *seggi = 42 seggi] si sono messi insieme e il signor Presidente ha trovato ovvio dare la carica di primo ministro a Bibi, come lo chiamano da queste parti. Netanyahu.
E' sano fare coalizioni dopo le elezioni?
Veramente, non so rispondere.
.......
" And the winner is ...... Kadimaaaaaaaaa!!!!!!" Applausi e lacrime. Il presentatore della serata, il signor Presidente, aspetta sul palco, emozionato.
Nel mentre che la signora Tzipi si avvicina a prendere il premio, Bibi le fa lo sgambetto, si volta e dice: "Ehi Lieberman, che ne dici se ti do il Ministero degli Esteri?" Lieberman guarda Bibi, guarda Tzipi per terra, pensa al ministero degli esteri e dice: "Lamah lo?! Perche' no?!"
Insieme, a braccetto, si dirigono verso il palco.
Barak tenta di aiutare Tzipi a rimettersi in piedi ma lei non accetta il braccio: "Guarda, mi dispiace tanto. Anche se ci mettiamo insieme non ce la facciamo ad arrivare prima di loro."
Silenzio. La signora non risponde.
Spazientito Barak rincorre Bibi e Lieberman. "Ragazzi, suvvia, ci sono anch'io!"
Il signor Presidente e' pronto a dare carica. "I laburisti, la destra, l'estrema destra, gli ortodossi religiosi .... Bibi io ti dichiaro Primo Ministro. Te lo ricordi vero? Si stava andando verso trattative di pace. Devi trovare una strada da percorrere."
Applausi.

Il nuovo ministro degli esteri Lieberman dice al mondo intero "Se vuoi la pace, preparati alla guerra."
Un ragazzo in Cisgiordania e' stato ucciso oggi con un'ascia pare, un altro bimbo e' stato ferito. Terrorismo dicono.
Tel Aviv si prepara a festeggiare i suoi 100 anni questo Shabbat, sabato.
Gaza e' ancora una maceria.

domenica 22 marzo 2009

La Torre di Babele

Spesso vorrei parlare della questione palestinese, ma ogni inizio del discorso mi si ricontorce contro. Quanti prologhi esistono per parlare della faccenda?
Non so quanti di voi conoscono la storia degli ultimi 100 anni della Palestina, divenuta poi Israele e Territori Palestinesi. Io vi auguro di leggerla, di capirla, perche' questo racconto parla degli intrighi in cui la societa' moderna e' prigioniera.
Parla del colonialismo europeo, delle guerre mondiali, dell'odio razziale, dei soldi delle banche, delle religioni, del capitalismo, del socialismo, dell'America, della terra, delle pulizie etniche, del terrore, della guerra. Dell'egoismo.
Dell'ego appunto.
Dall'India al centro dell'Africa, attraverso molti deserti, cavalcando la Russia e attraversando tutta l'Europa, le genti si sono riunite in questa terra, vi sono state alle volte trasportate con aerei speciali.
Se non si e' vigili (o se lo si e'), si rischia spesso di vivere la storia del mondo qua, della Terra stessa e delle società degli uomini, tutto insieme cosi' violentemente, lungo una regione grande come la Toscana, con il doppio dei suoi abitanti.
Meta' della sua superficie e' un incredibile deserto, nel suo territorio è compreso un mare morto, visione reale di un ipotetico mondo futuro, assetato, desolato, silenzioso.
E uno rosso, come visione della perfezione dell'equilibrio della natura.
E la sua sponda e' bagnata dall'inizio impetuoso del Mediterraneo.
Tre continenti si incrociano in questa terra, tre placche tettoniche ballano da queste parti, tre religioni fanno da caporali.
Le genti che sono venute hanno dato luogo alla disputa che e' in scena ogni giorno, da molti giorni. Molti.
Questa è la storia di un'utopia che si sta creando da 100 anni e di realta' che esistono da millenni; e' una piccola regione dove non puoi trovartici senza un motivo, per caso, passeggiando nel mondo.
Puoi arrivarci dal cielo o nascerci.
E se nasci qua la prima cosa che succede non appena apri gli occhi e' l'identificazione con il tuo futuro. A seconda della provenienza dei tuoi genitori, del tuo nome e la tua religione, del luogo in cui sei nato, della linea di confine che sancisce la terra in cui puoi camminare, tu diventi uno dei passati e ti identifichi con uno dei futuri.
Se nasci, chi nasci? Quale storia ti viene raccontata? E a me, cosa e' stato raccontato? Qual e' la verita', di chi e' la colpa?
La verita' e' che nessuno potra' mai dire di chi e' la colpa, in quale momento della storia qualcuno ha sbagliato per primo.
Il fatto e' che abbiamo sbagliato tutti, in momenti diversi del gioco; forse la domanda giusta e' chi ha fatto lo sbaglio piu' grosso?
No, la domanda giusta e' qual e' l'unita' di misura per quantificare il peso di uno sbaglio. E la risposta e' che ognuno, ogni nazione, ogni fazione politica, ogni credo religioso, ogni singolo schieramento, ognuno di noi, ha il suo valore; e' come essere ad un mercato e contrattare il prezzo parlando lingue differenti.
Qual e' il prezzo giusto e quale la lingua da usare?
Della questione Palestinese io non conosco il prezzo giusto, ma so che lo stanno discutendo al mercato. Un bel mercato, ai piedi della Torre di Babele.

"Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: "Ecco, essi sono un popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l'inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro". Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra. "

A volte penso che dopo esserci dispersi, ci siamo ritrovati nuovamente intorno alla stessa Torre; lentamente, nell'arco della nostra storia, abbiamo ricostruito ancora qualcosa che assomiglia alla grande citta', la nostra societa' appunto, un mercato globale.
E ci siamo riusciti nonostante parliamo stavolta lingue diverse; siamo veramente ai piedi della Torre, in un luogo globale.
L'unica differenza e' che prima di disperderci avevamo una citta', questa volta abbiamo costruito un mercato.
Noi non vogliamo esistere, vogliamo solo vendere e comprare, contraccambiare, trattare, barattare, scambiare, vincere, avanzare, noi siamo un mercato.

PRODUCICONSUMACREPA.


Vi e' odore di spezie e di frutta fresca, di verdure calpestate per terra, di carne morta passando davanti al banco del macellaio. Ci siamo ritrovati tutti insieme a far compere nella piazza globale, i grandi e i silenziosi del mondo. Non c'e' casta, non c'e' splendore, veniamo tutti a bere a questo grande pozzo, in questo mercato un po' sporco, dove tutti urlano qualcosa che non capiamo.
Akol be-shekel! Akol be-shekel! Siamo tutti qua.

Pare che nella parte nord si contratti sulla foresta Amazzonica, poco distante un altro gruppo di persone discute del prezzo dell'Acqua del Mondo e ancora, vicino al ponticello, si parla delle persone che muoiono di fame mentre noi facciamo diete per non ingrassare.
Si rumoreggia che stiano contrattando il prezzo della questione Palestinese in qualche angolo all'ombra. Sono sicura che ci saranno lo Stato di Israele, Dio, il deserto, il Retaggio Storico, l'America, l'Europa, la Lega Araba, il Petrolio, la Crisi Mondiale, l'Odio e tutti i suoi 40 cugini. I Palestinesi non potranno entrare immagino.
Rimarranno molto tempo, tutti insieme, ad urlare, senza capirsi.
Yallah! Lech! Wallah!

Io sto cercando l'angolo del mercato per assistere allo spettacolo; pare che sia una vendita impossibile, troppi prezzi, troppe lingue, troppe persone.
E questo mercato mi stupisce, man mano che avanzo e mi disperdo. Si vende di tutto qua, anche Dio.
Tranne il venerdi', il sabato e la domenica. E il lunedi' nelle bancarelle italiane.
.....
"Si accettano favori, figlie femmine, pezzi di terra, giacimenti petroliferi, spazi parcheggio sulla Luna."
.....
Questa societa' e' un mercato malato.
Un tempo quello che avevamo in progetto di fare non sarebbe stato impossibile, vivere in pace credo, parlare e dialogare perche' si parlava tutti un'unica lingua e c'era poi questo progetto di costruire qualcosa insieme e arrivare a Dio, questa Torre credo, fra le cui ombre si sviluppa il mercato.
Io sono qua, nella strada sbagliata del mercato, tutti urlano, tutti vogliono vedermi qualcosa.
L'odore a volte e' nauseabondo eppure voglio perdermi nel mercato, voglio vedere lo spettacolo.
Quale spettacolo? Quale teatro? Quale prezzo?
Lentamente la Vecchia Torre di Babele si frantuma sopra la nostra testa.


Quanto costa Dio?

giovedì 26 febbraio 2009

Identita'


Domandarsi chi siano le persone che vivono questa terra e' un quesito affascinante. In linea generale diciamo 7 grandi gruppi.

- Esistono i beduini, gente dai costumi semplici e dalla vita lenta; vivono nel deserto del Sud in comunita' silenziose. Parlano arabo e talvolta anche l'ebraico, professano l'islamismo e hanno un passaporto israeliano, taluni servono nell'esercito. A me piacciono i beduini, mi piacciono il te e il caffe' che mi offrono, le loro tende nel deserto. Ho un grande rispetto per loro, per il silenzio del loro mondo, per i cammelli che sostano davanti alle loro case, per le capre che mangiano la loro spazzatura.

- I Drusi sono un'altro gruppo, molto piu' controverso rispetto ai beduini, di difficile collocazione, non solo per me, ma per tutti quelli che ho interpellato a riguardo. Vivono nel nord, parlano arabo e talvolta ebraico, professano una religione molto simile all'islamismo, con elementi del giudaismo, del cristianesimo e dell'induismo. Taluni servono nell'esercito e hanno un passaporto israeliano. Sono schivi, silenziosi, mistici; richiedono terra in cambio di totale lealta' alla nazione che gliela concede. Io non li ho mai visti e questo e' quanto posso dire.

- Ci sono poi gli arabi israeliani, parlano arabo e ebaico, professano l'islamismo, hanno un passaporto israeliano, vivono ovunque nel paese ma generalmente insieme a loro stessi in uno stesso quartiere o insediamento. In Tel Aviv per esempio risiedono principalmente in Yafo, un ridente insediamento Arabo antico e delicato che si abbraccia agli scogli.
Se vuoi mangaire bene, generalmente, mangi da loro: humus, falafel, paklava, dolci di sesamo, te', caffe' ... Loro sono coloro che conoscono i sapori e le spezie.
Non servono nell'esercito.

- I Palestinesi vivono nei Territori Palestinesi, luoghi di confine all'interno del territorio Israeliano. Il problema maggiore dei Territori e' che taluni sono luoghi sacri per gli ebrei ma il filo che lega i Palestinesi a questi luoghi e' altresi' antico e profondo. Hanno fatto delle guerre infatti. Per chi dovesse avere cosa.
Adesso i Territori godono di qualche liberta'; non sono ancora considerati una nazione, non possono avere un proprio esercito ma hanno una loro legislazione. Per sopperire al bisogno di un esercito hanno costruito dei tunnel con l'Egitto. La questione e' delicata.
Parlano arabo e malamente l'ebraico, non servono nell'esercito e non hanno un passaporto israeliano. La loro vita e' fragile e labile, sono comunita' di farfalle contaminate da scarafaggi cattivi che credono nell'odio e nella morte. E nel fatalismo.
Io li ho visti solo a Gerusalemme e costeggiando la Striscia di Gaza. Che dire? Le loro macchine mi ricordano gli anni ottanta italiani, quando l'esibizionismo non era nella lista della spesa.

- E infine i tre grandi gruppi di ebrei; sefarditi, ashkenaziti e mizrahi. La divisione si ricollega a periodi antichi quando le popolazioni vivevano nei vari continenti a seguito della seconda distruzione del Tempio e della Diaspora. I primi erano gli ebrei occidentali che vivevano pressoche' nella penisola Iberica ed in seguito all'espulsione da parte di Isabella I di Castiglia nel 1492 furono scacciati dalla Spagna e si incamminarono nel Nord Africa, dove risiedevano i mizrahi o proseguirono verso oriente raggiungendo l'Europa dell'Est dove risiedevano gli ashkenaziti. Indicativamente gli sefarditi sono popolazioni di lingua e credo ebraico, con passaporto israeliano, servono nell'esercito e hanno la pelle nocciola.
Io spesso ho difficiolta' a distinguerli dagli arabi israeliani ma questo non posso dirlo ad alta voce.

- Gli ashkenaziti, nonostante la confusione che il loro nome possa generare, sono coloro che governano il paese, ebrei di carnagione chiara, parlano correttamente l'ebraico senza inflessioni, sono il governo, l'esercito, la nazione stessa. Sono alti e belli e sono occidentalizzati e guerrieri.

- I mizrahi sono ebrei provenienti dal mondo arabo; Nord Africa, Yemen, Iraq, Siria. Sono popolazioni di lingua e credo ebraico, con passaporto israeliano, servono nell'esercito e hanno la pelle nocciola e un profilo arabeggiante. Per me e' estremamente difficile distinguerli dagli sefarditi o dagli israeliani arabi. Ma ovviamente queste conclusioni le devo mantenere per me.

Vi e' un altro gruppo non semitico ma di religione ebraica proveniente dall'Etiopia. Il loro essere ebrei e' una storia affasciante e controversa, di difficile interpretazione ma a me piace pensare che sia stata la loro antica Regina a renderli ebrei, la Regina di Saba. Per me etiope piuttosto che yemenita, ma questa e' sicuramente un'altra storia. Hanno la pelle molto scura e i spesso i dreadlocks, ballano belle musiche e spesso mi fanno sentire in Salento. Sono i falasha, generalmente una delle ultime ruote del carro in quanto arrivati in Israele da non molto, con una delle ultime Aliha e la loro integrazione e' lenta.

Essere israeliano o vivere in Israele non significa niente, qua bisogna sempre specificare. E in fondo e' una nazione di immigrati, venuti da varie parti del mondo, per varie ragioni storiche e ideologiche, in momenti diversi degli ultimi 100 anni. Gli accumuna la religione, per quelli venuti ovviamente. Essere ebreo e' il carattere unificante. E si e' ebreo se sia ha madre ebrea. E non si pu'o diventare ebrei con leggerezza. Per farlo bisogna fare esami e dimostrare al rabbino per almeno un anno la nostra devozione. Una religione che non cerca proseliti, ma solo di essere lasciata in pace.
Coloro che invece gia' erano qua, continuando a vivere in questa terra negli ultimi 1900 anni, beh, anche loro sono accumunati dalla religione e della lingua, islamismo e arabo.
La storia e' affascinante e controversa, non si smette mai di imparare e qualsiasi cosa i miei occhi vedono e' generalmente la prima volta che lo fanno.
Lech lecha, vai e trova la tua via.

mercoledì 25 febbraio 2009

.... e il suo tempio.

Il terzo Tempio di Gerusalemme scenderà dal cielo quando verrà il Messia. Nel frattempo sono andata a vedere la Moschea che per il momento si trova esattamente dove dovrebbe atterrare il Tempio; sarà inevitabilmente distrutta.
Il luogo e' la cima di Moriah, la collina della roccia dove Abramo tento' di sacrificare suo figlio per volere di Dio ma un angelo lo fermo' dicendo che Dio aveva apprezzato la sua devozione e la sua prontezza nel sacrificare il suo unico figlio avuto in tarda eta'.
Abramo e' il padre degli Ebrei attraverso la sua discendeza con Sara, sua moglie: Isacco e' il figlio che Dio aveva chiesto ad Abramo in sacrificio.
Abramo e' il padre dei musulmani attraverso l'altro suo figlio, avuto con la schiava egiziana Hagar, Ismaele, il figlio che Dio aveva chiesto in sacrificio secondo l'interpretazione islamica.
Dalla storia di Abramo, dai suoi colloqui con Dio, dalla sua vita e le sue parole, sono nate le tre grandi religione monoteiste del mondo.
Dovremmo tutti avere grande rispetto per quest'uomo saggio.
Da Isacco venne Giacobbe e i suoi 12 figli, le 12 tribu'. Dalla tribu' dei Levi nacque Mose' e il popolo torno' nella Terra Promessa dopo la schiavitu' in Egitto. Lui era il Sole e fu seguito da Joshua, la luna che fu seguito dai Giudici, le meteore. La crisi che segui' termino' con il bisogno di un re, Saul e poi David e suo figlio Salomone.
Il primo Tempio fu costruito per volere di Re David ai tempi pero' di suo figlio, il Re Salomone per ospitare l'Arca dell'Alleanza che designava il patto di Dio con il popolo d'Israele espresso dalle tavole dei comandamenti che Mose' porto' dal Monte Sinai; correva il decimo secolo Prima dell'Era Comune, o prima di Cristo. Fu scelta la collina di Moriah, per ovvi motivi.
Fu distrutto dai Babilonesi nel 586 e ricostruito 50 anni dopo ritornando dall'esilio Babilonese. Ai tempi di Erode, qualche decennio prima dell'anno 0, il Tempio fu ampliato.
Nel 70 dopo l'Era Comune o la nascita di Cristo, il Tempio fu distrutto definitivamente per volere di Tito. In seguito fu costruita una chiesa per santificare il luogo dove Gesu' amava colloquiare con i saggi e i meno saggi e dopo la presa di Gerusalemme da parte degli Arabi, fu costruita la Moschea. Si dice che su quella collina Maometto volo' al cielo.
Ci sono tre maniere per vedere tutta questa complicata storia. Si puo' stare davanti al Muro del Pianto, l'unica parte scoperta che rimane delle mura di cinta dell'antico Tempio ed ascoltare le preghiere dei fedeli. E' un luogo che e' difficile spiegare.
Oppure si puo' fare una lunga passeggiata nei sotterranei di Gerusalemme costeggiando le basi delle vecchie mura, ormai nascoste da vari strati delle Gerusalemme ricostruite. E' una passeggiata umida, su strade antiche e senza aria, piene di angoli scuri dove i devoti si nascondono a pregare con la faccia attaccata al muro recitando e salmodiando parole sacre. La Gerusalemme attuale gocciola nei suoi sotteranei, i suoi mercati di spezie trasudano dal soffitto, ci sono rocce che non vedono la luce da millenni. La passeggiata fa rimanere senza fiato, si toccano le rocce del primo Tempio, si nota l'eleganza dell'ampliamento di Erode, si rimane in silenzio molto tempo mentre un rabbino sorridente cammina veloce e ti guida.
Un'altra maniera per vedere il luogo sacro e' entrare nella collina. Lo si puo' fare ad orari, vari, cangianti, quando non ci sono preghiere.
Mi son sentita nuda e sola in cima a quella collina. La Moschea era silenziosa e mi ha guardato sospettosa. Anch'io la guardavo sospettosa ma le ho detto che era bella.
Ho camminato un po' senza senso, sotto il sole, ascoltando i miei passi e i miei pensieri. C'e' molta tensione su quella cima e anche la luce ha un altro colore. Gerusalemme e le sue pietre bianche sembrano riflettere il sole intero e concentrare il riflesso su quella collina. I pavimenti bianchi accecano gli occhi e quando tira un po' di vento credo sia molto facile fare un salto e salire in cielo.
Io non so se il Messia verra', se sia gia' venuto e noi non ce ne siamo accorti, se ce ne siamo accorti e non abbiamo fatto quello che ci ha detto o se tutte queste cose sono vere in momenti diversi della nostra storia. Quello di cui sono sicura e' che molti stanno aspettando qualcuno, come se le lezioni che sono state tramandate fino ad oggi, le parole di tutti i saggi e i profeti non siano sufficienti a cambiare il cuore degli uomini.
Ma in realta' lo sono e lo sono state; il problema e' la nostra volonta'. Siamo noi a non voler ammettere che sappiano gia' tutte le soluzioni e aspettiamo l'arrivo del Qualcuno per rimandere il problema. Vorrei che ci soffermassimo oggi a pensare al problema, alla nostra volonta' e al nostro ego.
Vorrei che fossimo capaci di cambiare il nostro cuore.
Mi piace pensare che qualcuno arriverà e cavalcherà un ciuchino bianco arrivando vittorioso a Gerusalemme come mi raccontano le profezie ebraiche, ma dentro di me sento che la soluzione di questo Tempio sia una lezione ben diversa e difficile da accettare.
Sia cioe' la capacita' di perdonare e di abbandonare quello che di piu' caro abbiamo. Rinunciare.
In questo caso rinunciare al Tempio e chissà, abbandonato l'ego, potrebbe arrivare la pace.
E forse il Terzo Tempio non e' altro che la Pace che aspettano tutti, che aspetto anch'io.
Credo che questa terra possa essere un buon esempio per cambiare la ruota degli eventi, se solo loro riuscissero a pensare all'ego e alla soluzione. Ho grande fiducia nei mistici della Terra, siano essi gli abitanti di una Terra Santa, dei boschi, dei deserti o dei nostri abissi piu' nascosti.

sabato 7 febbraio 2009

Gerusalemme

Gerusalemme e' il suono di un mu'adhdhin fra le strade, in certe ore, in certi richiami inconsueti. E' un mercato chiassoso fra vicoli stretti fatti di spezie e di te', di bimbi che giocano con le biglie, di pietre bianche e odorose, di negozi di tappeti, di uomini che parlano arabo fumando il narghile'. E' una moschea a cielo aperto, e' una pagina del Corano. Gerusalemme e' araba.
Eppure e' un frastuono di campane, un lento peregrinare di fedeli, di croci, di porticati nascosti. E' un sepolcro santo, una passeggiata insieme a Gesu' lungo il suo calvario, nella sua devozione e disperazione. E' ognuno dei Vangeli. Gerusalemme e' cristiana.
Eppure e' una preghiera contro un muro, e' un tempio distrutto, e' un credo millenario che si divincola fra le strade. E' vestita di nero, ha riccioli davanti agli orecchi, ha un kipa sulla testa. Legge le Torah, e' una Bibbia silenziosa. Gerusalemme e' ebrea.
Gerusalemme e' una domanda e molte risposte.
Eppure e' una risposta e molte domande.
Non credo di riuscire a ricordare una citta' cosi' bella; camminare fra le sue strade mi ha completamente privato delle parole, per ore intere. La sua bellezza risiede in molte cose, nei particolari di ognuno dei suoi angoli, negli odori, nella mescolanza e predominanza di ognuna delle sue realta', nella sua storia, nelle sue vicissitudini. Concetti complicati e complessi, che mescolano le architetture con la storia, il passato e i presenti, i passati e il presente, ma quello che maggiormente e' riuscito a scuotermi, a farmi inciampare, a calpestarmi, ad abbracciarmi, a confondermi e' stato Dio.
Dio come punto di fuga dei pensieri di molte persone, cosi' follemente concentrate in poco spazio, cosi' tremendamente devote. I muri della citta' sussurrano, parlano, e' impossibile non udirne il suono e mentre cammini sembra che la tua presenza stessa sia un'offesa, che non sia sufficientemente degna di esistere. Riesci a sentire la sporcizia della vita, la vacuita' delle cose dell'esistere.
Le preghiere rimbombano in ogni pietra, esserne soffocati significa non respirare altro che devozione, utilizzare nuovi canali ed esistere grazie ad un'energia che si riflette nelle cose, nei muri.
Gerusalemme e' una serie di domande e una risposta rumorosa che urla in tre lingue. Tutte insieme, contemporaneamente. E dicono la stessa cosa, questa: _________ .
Dio deve avere un gran senso dell'umorismo e mentre si sbellica dalle risate noi non siamo capaci di capirci mentre diciamo la stessa cosa.
E' talmente semplice da essere complicata. E' di una bellezza pura e fragile. E' una bolla di aria nell'acqua, e' una fiamma di fuoco nell'aria. E' la Terra stessa, e' ognuna delle cose. E' il niente fra le cose. E' veramente Tutto e quindi e' Niente.
Non abbiamo visitato tutta la citta', ne e' rimasta esclusa la parte piu' sacra, ma questa necessita di molta concentrazione per essere descritta. Di un'altra puntata.
Non mi sono sentita in pericolo, ne' prima di arrivare nella Citta', ne' mentre, ne' dopo, nonostante i posti di blocchi e i militari nella città. Magari circondata da un qualcosa di silenzioso che tutti aspettiamo che accada, qualcosa che tutti guardiamo con un occhio. Con l'altro occhio invece guardiamo qualcos'altro, questo appunto: _________ . Qualcosa di silenzioso che aspettiamo che accada.
Come dicevo prima, un gran senso dell'umorismo.
Gerusalemme e' esattamente nel mezzo a questo, e' dentro questo, e' il fulcro stesso del problema. Ed e' cosi' bella che toglie il fiato, le parole, le domande, le risposte, i motivi, le conseguenze. Fa perdere il filo del discorso. Forse e' il discorso stesso e il filo e' perduto.

domenica 1 febbraio 2009

Della lingua e dei tempi verbali.

Studiare l'ebraico e' un viaggio nel viaggio. Arrivare in un luogo dove si parla una lingua sconosciuta e' un motivo di crescita e di indagine sulle proprie origini. Ma a differenza di tante altre volte, qui parlano qualcosa di estremamente nuovo e antico.
L'ebraico e' una lingua magica, una lingua rivelata da un Dio lontano al suo popolo devoto. In seguito alla Diaspora queste genti hanno vagato nei luoghi del mondo cercando riparo e assorbendo ovunque la nuova cultura e la nuova lingua. Ma il popolo non ha mai dimenticato il suo Dio e le preghiere a lui rivolte hanno continuato ad essere recitate nella lingua antica, sebbene quella parlata ha subito, inevitabilmente, un progressivo deterioramento fino a trasformarsi, nei vari luoghi, in espressione diversa dell'antico linguaggio.
Quando, alla fine del 19imo secolo, il movimento Sionista ha cominciato a farfugliare qualcosa sul ritorno nella Terra Promessa, la domanda sorta spontanea fu: "In quale lingua parliamo?" E fu scelto di utilizzare la lingua rivelata. Furono inventate nuove parole per permettere alle persone di comunicare e capirsi, visto che quasi 2000 anni erano trascorsi e nelle Sacre Scritture non veniva fatto nessun accenno ad automobili, telefoni e via dicendo.
L'ardua impresa di utilizzare una lingua tanto antica e' diventata la mia personale ardua impresa. Solo una questione di volonta', come direbbero i saggi migliori.
E di volonta' io ce ne metto veramente tanta. A volte trascorro ore intere piegata sui libri e questo mi fa sentire a casa, in quella dimesione silenziosa dello studio. Certo, forse mi perdo la pioggia di Tel Aviv o le camminate sulla spiaggia, ma appena i miei occhi sono storti e le mie corde vocali completamente intorcigliate esco a respirare l'aria umida di questa citta'. A volte studio in spiaggia ma il mare mi distrae con il suo rumore e le ore passano mentre guardo aldila' delle onde e vedo la Sicilia.
L'ebraico viene scritto da destra e sinistra e il mio essere mancina e' veramente una benedizione di questi tempi.
Ho cominciato con l'alfabeto, le cui prime due lettere sono appunto Aleph e Bet. La parola alfabeto deriva dall'ebraico. Imparo a scrivere in stampatello e corsivo, riproduco suoni e sono sempre piu' confusa.
Quando ho scoperto che hanno 5 tempi verbali (l'infinito, l'imperativo in disuso perche' ricorda a tutti gli ordini dell'esercito, il passato, il presente ed il futuro) ho domandato come sia possibile per loro comunicare. Ne e' nato un caso politico ed estetico.
La risposta datami e' stata che il nostro cervello non ha bisogno di informazioni inutili per processare i concetti e la semplificazione della lingua non e' la perdita di bellezza. La mia e' una lingua latina, fatta di innumerevoli tempi verbali, di infiniti passati e complicate coniugazioni. Io non trovo che l'estetismo di una lingua sia una perdita di tempo, io trovo nella mia lingua i fiori e le farfalle.
Nonostante le semplicita' dei tempi verbali, le complicanze della lingua sono innumerevoli ma questi segni all'inizio molto estranei, stanno lentamente diventando amici e per fortuna vi e' una connessione fra loro e i numeri. E quando si parla di numeri io mi metto sempre in prima fila, con la faccia sorridente.
Ci sono innumerevoli giochi, spostamenti di lettere che danno nuove parole, visioni antiche e ovviamente c'e' Dio in ogni cosa, in ogni suono, in ogni lento scrivere.
Quando mi addormento vedo questi segni muoversi sul soffitto e farfuglio cose senza senso.

martedì 27 gennaio 2009

Di Tel Aviv, seconda parte.

Tel Aviv ha un significato ambiguo: letteralmente significa "La collina di primavera". Solo che non c'e' nessuna collina.
Certo c'e' la primavera, fatta dagli alberi in fiore che mi disorientano di odori mentre cammino, dalla passiflora rossa sui muri di Jaffa, dai solanum che colorano le strade della citta', e questo credo che faccia di me la sua collina mancante.
La strada dove vivo si chiama Sphinoza, piena di spine se vogliamo, anche se il nome lo ha preso da un filosofo olandese che ha insegnato al mondo ad "attraversare la vita non con paura e pianto, ma in serenità, letizia e ilarità". Accanto al mio balcone c'e' un maestoso albero popolato di notte da 3 vampiri, dei pistrelli giganti e gentili.
La mia via si incrocia con un bellissimo boulevard, tale Ben Gurion, il primo visionario presidente di questa nazione controversa e affascinante. E' una strada divisa in tre corsie; una per le macchine che vanno verso il mare, verso ovest, una per quelle che vanno verso la Piazza, verso est e nel mezzo in 8m di larghezza e diciamo 2 km di lunghezza c'e' un incredibile oasi pedonale. Ai lati ci sono alberi che delineano i confini fra coloro che vanno ad est e coloro che vanno ad ovest. Nell'oasi pedonale ci sono altalene per i bimbi, quadrati pieni di sabbia per giocare, panchine, tavoli e sedie di legno per leggere il giornale, qua e la' si trovano chioschi per comprare succhi di frutta e verdura fresca, oppure luoghi dove farsi un panino farcito. Nessuno ha pensato di metterci un Vinaino. Io sarei la sua miglior cliente.
E' una bellissima strada. Piena di gente che cammina, che corre, che gioca, che non fa niente. E un po' Tel Aviv te la da' quest'impressione, come se nessuno lavorasse e tutti fossero in giro a godersi il sole.

venerdì 23 gennaio 2009

Di Tel Aviv.


Tel Aviv e' sorprendentemente una citta' piena di alberi, nata dall'illusione umana di rendere un pezzo di terra arida in fiorente giardino. Ovviamente l'avanzare del cemento, come un esercito nemico, non e' stato bloccato e adesso i suoi grattacieli dominano il mare ma rimangono, nascosti agli occhi dei piu', nelle strade secondarie bellissimi alberi che passano il tempo a sussurrarmi storie che ancora non riesco a decifrare.
Ma li fotografo cercando di coglierne il nome che, per mia fortuna, rimane ancora tramandato in latino. Mi aggiro fra strade colme di umidita' con i miei libri sotto braccio, fermandomi agli angoli delle strade per riconoscere le foglie e nominare le cose con i nomi appropriati.
Lo so, ognuno ha il suo lavoro.
Cercare gli alberi in una citta' e' la mia maniera per sopravvivere ai claxon, ai semafori, alle strade affollate. Quando poi i miei pellegrinaggi mi annoiano giungo al mare, un po' spossata. Il mare mi dona una calma inquieta, nuova e sorprendente. Fatta di un silenzio ritmico, un rumore di onde, di vento nell'acqua. Sono una donna di acqua dolce, su questo credo non ci sia nessun dubbio.

mercoledì 24 dicembre 2008

Piantate alberi. Per favore.


Credo nella persuasione collettiva.  Nel fatto che le idee possano addomesticare l'uomo. Spero che ci siano sempre buone idee, che non  si smetta di produrle. Credo in un cambiamento.
Non sempre, sono sincera. A volte vedo solo un gran buio, una folle corsa contro il tempo, di questo tempo che scorre e noi che camminiamo lenti. 
Per questo c'è bisogno di molte persone, per correre un po', per darsi man forte con gli obblighi. Credo, appunto, nella persuasione collettiva. 
Io vorrei persuadervi. Bisogna piantare alberi. E fiori. Io sono sicura che male non può fare.
Se camminando vedete una ghianda, un pinolo, una erbacea rinsecchita dopo la calura estiva, la bacca di un arbusto, non abbiate timore di osare, non abbiate paura di prendere il posto del vento o degli animali. Siate vento, siate animali. Raccogliete e spargete. 
Perchè il vento è troppo debole e i pollini si disperdono nell'aria mentre il tempo passa e il mondo muore. 
Aiutiamo l'equilibrio labile, facilitiamo la vita, diamo chance inaspettate ad una quercia, ad una rosa, ad un faggio, ad una margherita. Non stancatevi mai di cospargere di colori i luoghi che vi circondano, non lasciate che il declino silenzioso venga operato.
Bisogna veramente salvare la Terra, solo così ci possiamo salvare. Noi attraverso di Lei. Perchè Lei è la madre.